L’ermeneutica elettorale e il fuorionda galeotto

Cara maestra, mi capita di pensarla dopo ogni consultazione elettorale e la immagino sgomenta, nella penombra del suo umile soggiorno, mentre assiste alla demolizione mediatica dei suoi appassionati insegnamenti. Non dev’essere affatto facile per lei porsi dinnanzi a quel valzer di numeri e parole. Lei che per prima ha spiegato a centinaia di giovani menti che la matematica non è un’opinione e che per decenni ha sostenuto la sua solidità epistemica fatta di regole piuttosto che di eccezioni, ora vacilla, vedendo incrinarsi il suo status di scienza e assistendo impotente al suo declassamento subito dopo l’astrologia e prima l’aruspicina. Quando politici e notiziari non possono più mentire sui numeri poichè definitivi e dunque universali ha inizio l’impetuoso vortice di analisi, confronti e interpretazioni: «Ma come è possibile -si chiede- che i medesimi dati, percentuali identiche, diano luogo a conclusioni tanto numerose quanto tra loro contraddittorie? La mia matematica funzionava così bene, perchè applicata alla politica non riesce a dare alcuna certezza?». Forse cara maestra, una misura di ciò che accade quando i suoi amati numeri incontrano il potere politico, può fornircela uno sfortunato fuorionda del tg5 di domenica sera; un incauto Gioacchino Bonsignore, rivolgendosi a un misterioso interlocutore non inquadrato azzarda: «Quali sono stati i risultati del Pdl alle politiche del 2008 ?» Ma giunto a canoscenza del confronto penalizzante (2,1% in meno in queste europee), corre subito hai ripari e puntualizza: «Chiedo solo per curiosità, per capire chi ha perso, tanto mica lo diciamo!».
Si goda pure la pensione cara maestra, i suoi insegnamenti, almeno quelli, sono intatti e preziosi.

Giorgio

>L’ermeneutica elettorale e il fuorionda galeotto

>

Cara maestra, mi capita di pensarla dopo ogni consultazione elettorale e la immagino sgomenta, nella penombra del suo umile soggiorno, mentre assiste alla demolizione mediatica dei suoi appassionati insegnamenti. Non dev’essere affatto facile per lei porsi dinnanzi a quel valzer di numeri e parole. Lei che per prima ha spiegato a centinaia di giovani menti che la matematica non è un’opinione e che per decenni ha sostenuto la sua solidità epistemica fatta di regole piuttosto che di eccezioni, ora vacilla, vedendo incrinarsi il suo status di scienza e assistendo impotente al suo declassamento subito dopo l’astrologia e prima l’aruspicina. Quando politici e notiziari non possono più mentire sui numeri poichè definitivi e dunque universali ha inizio l’impetuoso vortice di analisi, confronti e interpretazioni: «Ma come è possibile -si chiede- che i medesimi dati, percentuali identiche, diano luogo a conclusioni tanto numerose quanto tra loro contraddittorie? La mia matematica funzionava così bene, perchè applicata alla politica non riesce a dare alcuna certezza?». Forse cara maestra, una misura di ciò che accade quando i suoi amati numeri incontrano il potere politico, può fornircela uno sfortunato fuorionda del tg5 di domenica sera; un incauto Gioacchino Bonsignore, rivolgendosi a un misterioso interlocutore non inquadrato azzarda: «Quali sono stati i risultati del Pdl alle politiche del 2008 ?» Ma giunto a canoscenza del confronto penalizzante (2,1% in meno in queste europee), corre subito hai ripari e puntualizza: «Chiedo solo per curiosità, per capire chi ha perso, tanto mica lo diciamo!».
Si goda pure la pensione cara maestra, i suoi insegnamenti, almeno quelli, sono intatti e preziosi.

Giorgio

C’era una volta la piazza…

C’era una volta, tanto tempo fa, la Grecia antica. Non era un luogo delle favole, come i boschi stregati o le isole fatate, ma era stato il posto dove gli uomini avevano iniziato a pensare che quell’altro grande posto chiamato mondo , che è dove stiamo tutti, poteva essere raccontato attraverso la ragione, che significa capirlo. Col tempo questo racconto sarebbe stato chiamato filosofia, e più avanti ancora scienza, perché l’universo non è una faccenda di occultismo: è un’infinita trama di cause ed effetti, che significa che anche due cose tra loro infinitamente lontane non sono estranee l’una all’altra, perché la loro distanza è fatta di relazioni causali e non di buio incomprensione e paura. Così gli uomini impararono dal kòsmos che l’ordine è armonia, e con questo modello in mente si svilupparono le polis, come fu quella di Atene, le tipiche città stato greche, che anche se non furono esenti da problemi e contraddizioni, trasmisero all’Occidente quello che sarebbe stato il concetto di politica, che non per nulla è alla polis che deve il suo nome.

Centro vitale della città era l’agorà, la piazza, dove non solo si svolgeva il mercato e si trovavano i luoghi di culto dedicati alla divinità protettrice, ma dove soprattutto i cittadini liberi si radunavo in “assemblea” per discutere in comunità e decidere collegialmente le leggi. Era il fulcro politico della città, lo spazio fisico a simbolo della democrazia che, è sempre l’etimologia greca a ricordarcelo, è una faccenda che dovrebbe riguardare e appartenere al popolo. Alcuni filosofi, parlando di Atene, dissero che nonostante fosse un luogo di case, mercati, templi e teatri, erano gli stessi cittadini ateniesi a fare la polis. Quei cittadini che, nel condividere la vita della piazza, si ricordavano gli uni agli altri di partecipare dei medesimi diritti, perché l’agorà non era un luogo aperto al pubblico, ma era il luogo del pubblico, e visto che Borges diceva che le generalizzazioni non sono reali ma reali sono i singoli individui – e “il pubblico” è una generalizzazione – potremmo dire meglio che la piazza era il luogo di ognuno dei singoli cittadini che costituivano la polis.

Questo tanto tempo fa. Pochi giorni or sono, invece, a Verona, era mercoledì sera, dei ragazzi vengono minacciati e malmenati da poliziotti in tenuta antisommossa perché suonavano bonghi e chitarre in una piazza del centro di Verona. Già, sempre la piazza, simbolo questa volta che i tempi sono cambiati, che l’agorà non è più il luogo dei singoli cittadini che formano una comunità. Alienare la piazza, renderla una stanza da museo in cui a regnare sono le eco del silenzio, perché quando non si sente nulla si ha paura di tutto, un principio che anche il più mediocre dei film horror ci ha insegnato a sufficienza…

Ciò che viene toccato dall’ordinanza di Tosi in cui si vieta di suonare strumenti musicali in luoghi pubblici dopo le dieci sera non è “il diritto al sonno” dei cittadini o di fantomatiche signore che vivono in centro ma che lavorano a Venezia e che si devono alzare alle cinque del mattino (e queste sono le legittimazioni giuridiche che sono state usate…) . È che oggi la piazza – in un clima politico che, attraverso la voce del suo maggior rappresentante, ha definito l’Italia un paese mono-etnico – può essere tollerata tutt’al più come un luogo di incroci casuali ma non come uno di incontro, che è sempre condivisione. Se la libertà di parola e quella di riunione sono due cose che stanno insieme non è un caso, perché uno che dice tutto quello che vuole ma lo dice solo a se stesso non è un uomo libero, è uno schizofrenico. E l’ordinanza di Tosi mira a far diventare la chitarra sinonimo di schizofrenia, di malattia mentale. E se sono schizofrenici quelli che suonan la chitarra, lo sono pure quelli che li stanno ad ascoltare, e gli schizofrenici non è bene lasciarli all’aperto, meglio in manicomio o, visto che bisogna fare con quel che si ha, in questura. E visto che con gli schizofrenici non è il caso discuterci, due manganellate sono un metodo dialettico più efficace di quello platonico.

Tutto questo perché si vive in un clima culturale che si culla nell’apatia e che si affida alla paura, che non accetta che ragazze e ragazzi, insieme a signore e signori, suonino nella stessa piazza dopo le dieci di sera, ma che è da dieci anni che si guarda il Grande Fratello in prima serata fino all’una di notte. Si sono creati i presupposti che se prima hanno consentito di dire che partigiani e fascisti erano entrambi eroi della patria, ora consente di combattere la chitarra col manganello, anche quando non si suona “Bella ciao”. E la cosa ha funzionato talmente bene che pure da alcuni che mercoledì sera erano in piazza Dante si è sentito dire: i poliziotti hanno picchiato ma i ragazzi però hanno alzato la voce. Come a dire: Tizio è morto perché gli hanno avvelenato il cibo, ma noi ce la prendiamo col cuoco perché non aveva salato l’acqua…

Si privatizza la scuola, la sanità, i trasporti, e infine si vuole privatizzare pure la socialità. Vuoi la compagnia dei tuoi amici, devi pagare la tassa che si chiama aperitivi nei locali del centro, perché chi è seduto ai tavoli del locale che è in piazza è un cliente, chi vive la piazza è un cittadino, quelli che a detta dei Greci costituivano la polis. Togli i cittadini, rimangono i clienti, togli la piazza, non rimane la città. La perplessità di chi scrive, tra le altre, è quale sia la necessità di un’amministrazione comunale che non si cura né delle piazze né dei cittadini, e che usa la violenza e non le parole nei confronti di chi strimpella, quando invece usò tante parole nei confronti di chi ha ammazzato di botte un ragazzo in centro poco più di un anno fa. Quasi che una delle assurde morali di questa storia fosse che se hai la testa rasata – e non perché sei calvo – in giro per le piazze ci puoi andare a picchiare la gente, se invece hai i capelli lunghi neppure ti puoi portare il mandolino.

Piazza Dante è chiamata così perché al suo centro c’è la statua del poeta della Commedia. Nell’Inferno, per due volte, al Canto III e V, tramite la bocca di Virgilio, Dante dice: “Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare” , perché l’onnipotenza non è tanto fare ciò che si vuole, ma è che gli altri non debbano dir nulla di quello che hai fatto. E se questo è già tanto discutibile nel nome del Signore, nel nome di Tosi perde anche il fascino del misticismo. E non per ideologie politiche, ma perché la politica ci insegna che un sindaco e dio sono due cose proprio diverse. Ce lo ha insegnato, ma tanti se ne sono già dimenticati…

È che una volta, non tanto tempo fa, c’erano dei ragazzi che suonavo due chitarre e un bongo in una piazza della città in cui Romeo si dichiarò a Giulietta. Forse oggi anche Romeo sarebbe stato manganellato, accusato di una serenata. Di quei ragazzi, invece, come la storia andrà a finire non si sa ancora. Certo è che la loro morale è che per una sera a settimana, per qualche ora e con un po’ di musica, si può essere e felice e contenti. Perché anche la gioia, come il diritto al sonno, è qualcosa che va difesa.

Paolo Vanini

>C’era una volta la piazza…

>C’era una volta, tanto tempo fa, la Grecia antica. Non era un luogo delle favole, come i boschi stregati o le isole fatate, ma era stato il posto dove gli uomini avevano iniziato a pensare che quell’altro grande posto chiamato mondo , che è dove stiamo tutti, poteva essere raccontato attraverso la ragione, che significa capirlo. Col tempo questo racconto sarebbe stato chiamato filosofia, e più avanti ancora scienza, perché l’universo non è una faccenda di occultismo: è un’infinita trama di cause ed effetti, che significa che anche due cose tra loro infinitamente lontane non sono estranee l’una all’altra, perché la loro distanza è fatta di relazioni causali e non di buio incomprensione e paura. Così gli uomini impararono dal kòsmos che l’ordine è armonia, e con questo modello in mente si svilupparono le polis, come fu quella di Atene, le tipiche città stato greche, che anche se non furono esenti da problemi e contraddizioni, trasmisero all’Occidente quello che sarebbe stato il concetto di politica, che non per nulla è alla polis che deve il suo nome.

Centro vitale della città era l’agorà, la piazza, dove non solo si svolgeva il mercato e si trovavano i luoghi di culto dedicati alla divinità protettrice, ma dove soprattutto i cittadini liberi si radunavo in “assemblea” per discutere in comunità e decidere collegialmente le leggi. Era il fulcro politico della città, lo spazio fisico a simbolo della democrazia che, è sempre l’etimologia greca a ricordarcelo, è una faccenda che dovrebbe riguardare e appartenere al popolo. Alcuni filosofi, parlando di Atene, dissero che nonostante fosse un luogo di case, mercati, templi e teatri, erano gli stessi cittadini ateniesi a fare la polis. Quei cittadini che, nel condividere la vita della piazza, si ricordavano gli uni agli altri di partecipare dei medesimi diritti, perché l’agorà non era un luogo aperto al pubblico, ma era il luogo del pubblico, e visto che Borges diceva che le generalizzazioni non sono reali ma reali sono i singoli individui – e “il pubblico” è una generalizzazione – potremmo dire meglio che la piazza era il luogo di ognuno dei singoli cittadini che costituivano la polis.

Questo tanto tempo fa. Pochi giorni or sono, invece, a Verona, era mercoledì sera, dei ragazzi vengono minacciati e malmenati da poliziotti in tenuta antisommossa perché suonavano bonghi e chitarre in una piazza del centro di Verona. Già, sempre la piazza, simbolo questa volta che i tempi sono cambiati, che l’agorà non è più il luogo dei singoli cittadini che formano una comunità. Alienare la piazza, renderla una stanza da museo in cui a regnare sono le eco del silenzio, perché quando non si sente nulla si ha paura di tutto, un principio che anche il più mediocre dei film horror ci ha insegnato a sufficienza…

Ciò che viene toccato dall’ordinanza di Tosi in cui si vieta di suonare strumenti musicali in luoghi pubblici dopo le dieci sera non è “il diritto al sonno” dei cittadini o di fantomatiche signore che vivono in centro ma che lavorano a Venezia e che si devono alzare alle cinque del mattino (e queste sono le legittimazioni giuridiche che sono state usate…) . È che oggi la piazza – in un clima politico che, attraverso la voce del suo maggior rappresentante, ha definito l’Italia un paese mono-etnico – può essere tollerata tutt’al più come un luogo di incroci casuali ma non come uno di incontro, che è sempre condivisione. Se la libertà di parola e quella di riunione sono due cose che stanno insieme non è un caso, perché uno che dice tutto quello che vuole ma lo dice solo a se stesso non è un uomo libero, è uno schizofrenico. E l’ordinanza di Tosi mira a far diventare la chitarra sinonimo di schizofrenia, di malattia mentale. E se sono schizofrenici quelli che suonan la chitarra, lo sono pure quelli che li stanno ad ascoltare, e gli schizofrenici non è bene lasciarli all’aperto, meglio in manicomio o, visto che bisogna fare con quel che si ha, in questura. E visto che con gli schizofrenici non è il caso discuterci, due manganellate sono un metodo dialettico più efficace di quello platonico.

Tutto questo perché si vive in un clima culturale che si culla nell’apatia e che si affida alla paura, che non accetta che ragazze e ragazzi, insieme a signore e signori, suonino nella stessa piazza dopo le dieci di sera, ma che è da dieci anni che si guarda il Grande Fratello in prima serata fino all’una di notte. Si sono creati i presupposti che se prima hanno consentito di dire che partigiani e fascisti erano entrambi eroi della patria, ora consente di combattere la chitarra col manganello, anche quando non si suona “Bella ciao”. E la cosa ha funzionato talmente bene che pure da alcuni che mercoledì sera erano in piazza Dante si è sentito dire: i poliziotti hanno picchiato ma i ragazzi però hanno alzato la voce. Come a dire: Tizio è morto perché gli hanno avvelenato il cibo, ma noi ce la prendiamo col cuoco perché non aveva salato l’acqua…

Si privatizza la scuola, la sanità, i trasporti, e infine si vuole privatizzare pure la socialità. Vuoi la compagnia dei tuoi amici, devi pagare la tassa che si chiama aperitivi nei locali del centro, perché chi è seduto ai tavoli del locale che è in piazza è un cliente, chi vive la piazza è un cittadino, quelli che a detta dei Greci costituivano la polis. Togli i cittadini, rimangono i clienti, togli la piazza, non rimane la città. La perplessità di chi scrive, tra le altre, è quale sia la necessità di un’amministrazione comunale che non si cura né delle piazze né dei cittadini, e che usa la violenza e non le parole nei confronti di chi strimpella, quando invece usò tante parole nei confronti di chi ha ammazzato di botte un ragazzo in centro poco più di un anno fa. Quasi che una delle assurde morali di questa storia fosse che se hai la testa rasata – e non perché sei calvo – in giro per le piazze ci puoi andare a picchiare la gente, se invece hai i capelli lunghi neppure ti puoi portare il mandolino.

Piazza Dante è chiamata così perché al suo centro c’è la statua del poeta della Commedia. Nell’Inferno, per due volte, al Canto III e V, tramite la bocca di Virgilio, Dante dice: “Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare” , perché l’onnipotenza non è tanto fare ciò che si vuole, ma è che gli altri non debbano dir nulla di quello che hai fatto. E se questo è già tanto discutibile nel nome del Signore, nel nome di Tosi perde anche il fascino del misticismo. E non per ideologie politiche, ma perché la politica ci insegna che un sindaco e dio sono due cose proprio diverse. Ce lo ha insegnato, ma tanti se ne sono già dimenticati…

È che una volta, non tanto tempo fa, c’erano dei ragazzi che suonavo due chitarre e un bongo in una piazza della città in cui Romeo si dichiarò a Giulietta. Forse oggi anche Romeo sarebbe stato manganellato, accusato di una serenata. Di quei ragazzi, invece, come la storia andrà a finire non si sa ancora. Certo è che la loro morale è che per una sera a settimana, per qualche ora e con un po’ di musica, si può essere e felice e contenti. Perché anche la gioia, come il diritto al sonno, è qualcosa che va difesa.

Paolo Vanini

>Mister banana

>(dal blog di Anna, miskappa.blogspot.com)

Al cicisbeo imbellettato andrebbe spiegato che chi ha perso tutto non ha voglia di vacanza. Non ha voglia di divertirsi, né in crociera, né al mare. All’ imbonitore piazzista andrebbe fatto capire che le persone che non hanno più nulla hanno bisogno di certezze. Non di sorrisi davanti alle telecamere e di promesse da buffone. All’adulatore di minorenni andrebbe detto che chi non ha più lavoro non ha bisogno di riposo, ma di essere messo nelle condizioni di poter lavorare. E andrebbe aggiunto che le congratulazioni al ciambellano di corte dovrebbero fargliele i terremotati, non lui che lo ha nominato suddito plenipotenziario. Oggi, se qualcuno di noi rimasto qui, come dice il presidente joker, attaccato alle sue macerie per scelta, decidesse di staccarsene e di optare per una sistemazione alberghiera, qui dovrebbe restare. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Mica, stremati da due mesi di sofferenze, si può cambiare idea. Il reuccio d’Italia dovrebbe vedere come i pasti nelle tendopoli non sono sufficienti per tutti e dovrebbe tastarne personalmente la qualità. Dovrebbe vedere come siamo assaliti dalle gastroenteriti e, per sopravvivere, siamo costretti a comprarcelo da soli il cibo. Già, ma noi siamo resistenti per scelta. Non abbiamo abbandonato la nostra terra in mano a chi decide tutto. Stiamo qui a reclamare, con la nostra presenza,se non altro, almeno il fatto di esistere. Nonostante tutto.

Anna

Mister banana

(dal blog di Anna, miskappa.blogspot.com)

Al cicisbeo imbellettato andrebbe spiegato che chi ha perso tutto non ha voglia di vacanza. Non ha voglia di divertirsi, né in crociera, né al mare. All’ imbonitore piazzista andrebbe fatto capire che le persone che non hanno più nulla hanno bisogno di certezze. Non di sorrisi davanti alle telecamere e di promesse da buffone. All’adulatore di minorenni andrebbe detto che chi non ha più lavoro non ha bisogno di riposo, ma di essere messo nelle condizioni di poter lavorare. E andrebbe aggiunto che le congratulazioni al ciambellano di corte dovrebbero fargliele i terremotati, non lui che lo ha nominato suddito plenipotenziario. Oggi, se qualcuno di noi rimasto qui, come dice il presidente joker, attaccato alle sue macerie per scelta, decidesse di staccarsene e di optare per una sistemazione alberghiera, qui dovrebbe restare. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Mica, stremati da due mesi di sofferenze, si può cambiare idea. Il reuccio d’Italia dovrebbe vedere come i pasti nelle tendopoli non sono sufficienti per tutti e dovrebbe tastarne personalmente la qualità. Dovrebbe vedere come siamo assaliti dalle gastroenteriti e, per sopravvivere, siamo costretti a comprarcelo da soli il cibo. Già, ma noi siamo resistenti per scelta. Non abbiamo abbandonato la nostra terra in mano a chi decide tutto. Stiamo qui a reclamare, con la nostra presenza,se non altro, almeno il fatto di esistere. Nonostante tutto.

Anna

>Silenzio e Marca

>Guardiani del silenzio come esecutori commerciali.

L’ordinanza comunale, l’imposizione al «rispetto della libertà (dormiente) dell’altro», si svela dell’involucro retorico, mostrando i nervi del proprio funzionalismo.

C’è qualcosa che eccede il particolare interesse al benessere (acustico, in questo caso) nascosto nei balconi chiusi della città. Oltre esso, una macchina artificiale ed arbitraria, competitiva – in quanto inserita nel mercato ad alta velocità delle marche.

Marca Verona. Si muove al di sopra dei viventi (in Verona) che tuttavia la abitano ed alimentano.

Il sudore e le urla, nell’agitarsi per una squadra (Chievo Verona) che nel calcio rimane in serie A, alimentano il marchio.

Il muoversi a motore nelle infrastrutture urbane, alimenta il marchio.

Il sonno, in funzione del tempo lavoro cittadino, alimenta il marchio.

Lo stesso vale per ogni nuovo lucchetto d’amore al cancello di Giulietta, ogni ulteriore fotografia scattata in piazza Brà, le manifestazioni sportive e tradizionali in città – per la città.

Piazza Dante, il mercoledì sera, non è funzionale (è esposta all’attentato di morte sociale). All’incremento del fabbisogno nutrizionale del marchio, non è necessario esserne indigesto (opposizione esplicita) per esserne bersaglio-nemico.

La condizione sufficiente è l’inutilità. La soluzione, l’eliminazione.

Tuttavia l’armamento di neutralizzazione deve mascherarsi, per eccedere occasionalmente. Così accade due notti fa a piazza Dante. L’occasionale ha luogo.

La marca Barcellona, nelle proteste studentesche di marzo, ha messo in scena l’atto di violenza sul cemento de la Rambla. Studenti picchiati dalle forze dell’ordine. Il preambolo è la Rambla stessa. Cuore della città. Epicentro della marca nella specifica Turismo. Il corteo studentesco (protesta al piano Bologna) si muove in quel punto della città, affollato di turisti e quindi materiale fotografico attivo. La reazione è immediata. La giustificazione politica arriva poco dopo: «contrastavano la sensibilità» dei presenti.

Nelle plurime ‘feste popolari’ del mese di maggio per l’F.C. Barcelona, i manifestanti celebrano la squadra ne la Rambla. E’ concesso. Petardi, fuochi artificiali, fumogeni. In qualche angolo si animano teatri di aggressioni. Orgoglio ultras. Il connubio tra questa gente e la sicurezza in divisa è tuttavia forte. Tutto questo spettacolo di massa alimenta la marca Barcellona, e quindi la «sensibilità».

(Nei festeggiamenti del 27 maggio in particolare, i forti disordini tra manifestanti e forze dell’ordine sono successivi alla presenza della massa nel centro cittadino, il quale, non è la causa motrice).

Nelle sirene di piazza Dante, mercoledì sera, è compressa la forza che esegue la neutralizzazione dei corpi presenti (e per questo punibili). Ora – seguendo la logica Barcellona – la subdola giustificazione. O forse, per il perverso rapporto carnale tra uomo e marca, a Verona, non sarà richiesta. La «sensibilità» è salva, perché unica.

Rughe

Silenzio e Marca

Guardiani del silenzio come esecutori commerciali.

L’ordinanza comunale, l’imposizione al «rispetto della libertà (dormiente) dell’altro», si svela dell’involucro retorico, mostrando i nervi del proprio funzionalismo.

C’è qualcosa che eccede il particolare interesse al benessere (acustico, in questo caso) nascosto nei balconi chiusi della città. Oltre esso, una macchina artificiale ed arbitraria, competitiva – in quanto inserita nel mercato ad alta velocità delle marche.

Marca Verona. Si muove al di sopra dei viventi (in Verona) che tuttavia la abitano ed alimentano.

Il sudore e le urla, nell’agitarsi per una squadra (Chievo Verona) che nel calcio rimane in serie A, alimentano il marchio.

Il muoversi a motore nelle infrastrutture urbane, alimenta il marchio.

Il sonno, in funzione del tempo lavoro cittadino, alimenta il marchio.

Lo stesso vale per ogni nuovo lucchetto d’amore al cancello di Giulietta, ogni ulteriore fotografia scattata in piazza Brà, le manifestazioni sportive e tradizionali in città – per la città.

Piazza Dante, il mercoledì sera, non è funzionale (è esposta all’attentato di morte sociale). All’incremento del fabbisogno nutrizionale del marchio, non è necessario esserne indigesto (opposizione esplicita) per esserne bersaglio-nemico.

La condizione sufficiente è l’inutilità. La soluzione, l’eliminazione.

Tuttavia l’armamento di neutralizzazione deve mascherarsi, per eccedere occasionalmente. Così accade due notti fa a piazza Dante. L’occasionale ha luogo.

La marca Barcellona, nelle proteste studentesche di marzo, ha messo in scena l’atto di violenza sul cemento de la Rambla. Studenti picchiati dalle forze dell’ordine. Il preambolo è la Rambla stessa. Cuore della città. Epicentro della marca nella specifica Turismo. Il corteo studentesco (protesta al piano Bologna) si muove in quel punto della città, affollato di turisti e quindi materiale fotografico attivo. La reazione è immediata. La giustificazione politica arriva poco dopo: «contrastavano la sensibilità» dei presenti.

Nelle plurime ‘feste popolari’ del mese di maggio per l’F.C. Barcelona, i manifestanti celebrano la squadra ne la Rambla. E’ concesso. Petardi, fuochi artificiali, fumogeni. In qualche angolo si animano teatri di aggressioni. Orgoglio ultras. Il connubio tra questa gente e la sicurezza in divisa è tuttavia forte. Tutto questo spettacolo di massa alimenta la marca Barcellona, e quindi la «sensibilità».

(Nei festeggiamenti del 27 maggio in particolare, i forti disordini tra manifestanti e forze dell’ordine sono successivi alla presenza della massa nel centro cittadino, il quale, non è la causa motrice).

Nelle sirene di piazza Dante, mercoledì sera, è compressa la forza che esegue la neutralizzazione dei corpi presenti (e per questo punibili). Ora – seguendo la logica Barcellona – la subdola giustificazione. O forse, per il perverso rapporto carnale tra uomo e marca, a Verona, non sarà richiesta. La «sensibilità» è salva, perché unica.

Rughe

>Strutture di regime

>Ci sono periodi storici particolarmente tetri. Periodi in cui la civiltà pare rinchiudersi su se stessa, nelle proprie più intime paure. Da queste paure – anzichè cercare di fuggire con l’educazione, la cultura, la socialità – viene controllata, ne subisce il profondo diabolico fascino e si fa trascinare in spirali violente di odio, razzismo, terrore del diverso. Nascosta sotto il nome di Sicurezza, la paura si insinua così nell’ordinarietà delle vite, ne condiziona i gesti e le abitudini. Presto la società si ritrova governata dal timore; coloro che, con intenti malevoli riescono a prendere il potere, possono giocare con le emozioni dei propri concittadini per spingerli ad apprezzare, appoggiare o quantomeno chiudere gli occhi davanti alle più bieche manovre, ai più tristi e soffocanti provvedimenti. Operando in nome del Popolo e della Sicurezza.

La nostra piccola Italia è oggi bloccata in uno di questi momenti. L’inisieme delle ordinanze e delle leggi varate da comuni, regioni, stato ne è la dimostrazione più evidente. Divieti di bivacco – ricordate i pic-nic al parco da bambini? o il pranzo al sacco durante le gite scolastiche? -, divieto di bere alcolici fuori dalle idionee attività commerciali – ricordate le serate al parco da adolescenti? -, coprifuoco nascosti, divieti di aggregazione e migliaia di altre piccole e apparentemente insignificanti ordinanze – se viste una a una senza uno sguardo globale.

Stiamo creando strutture di regime. Telecamere nei centri cittadini, zone costantemente controllate che tendono ad allargarsi come un tumore; decine di volanti impiegate nel controllo sistematico del territorio – e dunque dei suoi abitanti – che non vengono pertanto sfruttate per perseguire le lotte alla criminalità organizzata; leggi prese in nome della Sicurezza che prevedono processi abbreviati e condanne molto alte, leggi che rischiano di essere usate, sfruttando qualche cavillo, per sedare ogni tentativo di dissenso civile.

Strutture di regime. Non un vero e proprio tentativo di regime, per ora. Solo strutture. Il problema si porrà nel prossimo futuro: le strutture vengono installate con il benestare del popolo della paura, che così crede che potrà dormire serenamente, senza frastuono, sporcizia, lerciume. Dormire con decoro, pare il motto di questo popolo. Ma le strutture crescono, si moltiplicano, e sono utilizzabili da chiunque si trovi nella posizione politica per poterlo fare. Il problema si porrà quando un folle, più folle di queste piccole menti che ora ci governano, riuscirà a sfruttare l’ordinamento democratico per prendere il potere; questo folle avrà queste strutture in eredità dai governanti del popolo della paura; a quel punto sarà difficile tornare indietro.

Oggi, forse, c’è ancora la possibilità di infrangere questo fato a cui pare avviata la nostra piccola Italia. Oggi, forse, un movimento di cittadini può ancora invertire il processo, decostruire le strutture di regime, ricostruire la civiltà.

Riuscite ancora a ricordare quando correvate al parco, da bambini, inseguendo un pallone? quando suonavate la chitarra in cerchio, sorseggiando birra sotto le stelle? quando dopo il cinema andavate a mangiare il gelato, nel centro della vostra città, camminando per strade affollate anche di sera tardi?

Se sì, forse potete salvarvi.

Resho