>Escatologia del potere

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Mentre tutto il mondo è costretto ad accettare la crisi come il punto di non ritorno di un intero sistema economico, il portavoce di Berlusconi ci consiglia ingenuamente di leggere la crisi come piccolo momento di mancanza all’interno della coerenza del sistema, caduta contingente di ciò che è immutabile nella sua perfezione. Il tribunale Capezzone ha giudicato colpevole la sinistra, per non aver saputo sfruttare il momento propizio dell’economia mondiale, e per aver aperto la porta all’attuale mancamento del sistema.
Ma, soprattutto, la sinistra ha riposto la propria condanna nel disfattismo, per aver descritto la crisi come catastrofica e irreversibile, senza comprendere in realtà la portata salvifica del nuovo Popolo delle Libertà.
A fronte di una sinistra che, nella sua incapacità, o nella sua ingenuità, propone una maggiore attenzione ai cambiamenti in corso, ecco che Capezzone ci rassicura con il suo messaggio di speranza: non preoccupatevi, qualcuno sta pensando a voi, qualcuno “prepara la ripresa, che non è lontana”. Qualcuno sta pensando a voi, temporale in vista. Estote parati.

Marco

Escatologia del potere

Mentre tutto il mondo è costretto ad accettare la crisi come il punto di non ritorno di un intero sistema economico, il portavoce di Berlusconi ci consiglia ingenuamente di leggere la crisi come piccolo momento di mancanza all’interno della coerenza del sistema, caduta contingente di ciò che è immutabile nella sua perfezione. Il tribunale Capezzone ha giudicato colpevole la sinistra, per non aver saputo sfruttare il momento propizio dell’economia mondiale, e per aver aperto la porta all’attuale mancamento del sistema.
Ma, soprattutto, la sinistra ha riposto la propria condanna nel disfattismo, per aver descritto la crisi come catastrofica e irreversibile, senza comprendere in realtà la portata salvifica del nuovo Popolo delle Libertà.
A fronte di una sinistra che, nella sua incapacità, o nella sua ingenuità, propone una maggiore attenzione ai cambiamenti in corso, ecco che Capezzone ci rassicura con il suo messaggio di speranza: non preoccupatevi, qualcuno sta pensando a voi, qualcuno “prepara la ripresa, che non è lontana”. Qualcuno sta pensando a voi, temporale in vista. Estote parati.

Marco

Gestire l’evoluzione della tecnica, la rinuncia.

Ipotizziamo la concentrazione sul momento presente come metodo per comprendere e scoprire la propria vita. definiamo il momento presente in termini di tempo non per descrivere un indeterminato periodo storico ma per indicare l’istante in cui accadono le cose, in cui noi le facciamo accadere, in cui esiste la vita. Questo presente è attualmente invaso da infiniti oggetti attraverso i quali supponiamo di farne esperienza, fare esperienza del nostro presente. Ad un’osservazione sul comportamento dell’uomo nella società in cui vivo, si manifesta invece quel che credo identificare come abbandono del presente. La tecnologia che permea la nostra esistenza limita il nostro vivere a qualcosa che non appartiene al presente, per esempio quando io parlo al telefono proietto me stesso da qualche altra parte, chiunque può confermare che telefonando durante una passeggiata o un tragitto in macchina i luoghi scorrono senza accorgersi, oppure quando la realtà è mediata dall’obiettivo di una macchina fotografica o dal mirino di una videocamera in funzione della sua amplificazione (amplificazione dell’istante e dello stesso momento nel futuro per mezzo della possibilità di rivedere le stesse immagini), l’esperienza del mondo è inevitabilmente mutata; muoversi per le strade seduti all’interno della confortevole e familiare estensione del fuoco domestico ci sottrae alla comprensione della realtà a causa della rapidità con la quale quest’ultima sfugge tutt’intorno e perchè privati della capacità d’essere completamente responsabili di un mezzo meccanico, il passo più lungo della gamba in automobile è fatto normale; questi fenomeni, in forme diverse per diverse tecnologie, influenzano il nostro rapporto con il presente. Che fare dunque del nostro mondo? rifiutare in toto la tecnologia alla base di queste constatazioni potrebbe essere erroneo, essa è infatti parte della nostra evoluzione, ignorarla sarebbe come nascondere la polvere sotto il tappeto. Forse siamo di fronte ad una nuova necessità dell’uomo, la necessità di allontanarci dai nostri stessi prodotti senza eliminarli o rinnegarli, di trovare un equilibrio che ci permetta di essere presenti nonostante la realtà degli oggetti ci proietti altrove. Vero è che al momento attuale la nostra assenza dovuta al nostro stile di vita tecnologico ci obbliga alla rinuncia, una disintossicazione nel vero senso della parola ma assai più complessa perchè diversa da prodotto a prodotto. Compito arduo per due ragioni molto semplici: 1. la nostra debolezza ad abbandonare le nostre illusorie comodità che ci relegano altrove, il luccichìo del magico schermo, il comodo colpo di telefono, il liberatorio usa e getta, l’informazione con un click, chiudere gli occhi a Milano ed aprirli a New york; 2. la nostra debolezza nei confronti dell’impero del conformismo contro il quale si suppone ci dovremmo opporre e del quale chiunque è agente. Le nostre rinuncie si trasformerebbero presto in emarginazione e solitudine.

forse.

andreaechorn

>Gestire l’evoluzione della tecnica, la rinuncia.

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Ipotizziamo la concentrazione sul momento presente come metodo per comprendere e scoprire la propria vita. definiamo il momento presente in termini di tempo non per descrivere un indeterminato periodo storico ma per indicare l’istante in cui accadono le cose, in cui noi le facciamo accadere, in cui esiste la vita. Questo presente è attualmente invaso da infiniti oggetti attraverso i quali supponiamo di farne esperienza, fare esperienza del nostro presente. Ad un’osservazione sul comportamento dell’uomo nella società in cui vivo, si manifesta invece quel che credo identificare come abbandono del presente. La tecnologia che permea la nostra esistenza limita il nostro vivere a qualcosa che non appartiene al presente, per esempio quando io parlo al telefono proietto me stesso da qualche altra parte, chiunque può confermare che telefonando durante una passeggiata o un tragitto in macchina i luoghi scorrono senza accorgersi, oppure quando la realtà è mediata dall’obiettivo di una macchina fotografica o dal mirino di una videocamera in funzione della sua amplificazione (amplificazione dell’istante e dello stesso momento nel futuro per mezzo della possibilità di rivedere le stesse immagini), l’esperienza del mondo è inevitabilmente mutata; muoversi per le strade seduti all’interno della confortevole e familiare estensione del fuoco domestico ci sottrae alla comprensione della realtà a causa della rapidità con la quale quest’ultima sfugge tutt’intorno e perchè privati della capacità d’essere completamente responsabili di un mezzo meccanico, il passo più lungo della gamba in automobile è fatto normale; questi fenomeni, in forme diverse per diverse tecnologie, influenzano il nostro rapporto con il presente. Che fare dunque del nostro mondo? rifiutare in toto la tecnologia alla base di queste constatazioni potrebbe essere erroneo, essa è infatti parte della nostra evoluzione, ignorarla sarebbe come nascondere la polvere sotto il tappeto. Forse siamo di fronte ad una nuova necessità dell’uomo, la necessità di allontanarci dai nostri stessi prodotti senza eliminarli o rinnegarli, di trovare un equilibrio che ci permetta di essere presenti nonostante la realtà degli oggetti ci proietti altrove. Vero è che al momento attuale la nostra assenza dovuta al nostro stile di vita tecnologico ci obbliga alla rinuncia, una disintossicazione nel vero senso della parola ma assai più complessa perchè diversa da prodotto a prodotto. Compito arduo per due ragioni molto semplici: 1. la nostra debolezza ad abbandonare le nostre illusorie comodità che ci relegano altrove, il luccichìo del magico schermo, il comodo colpo di telefono, il liberatorio usa e getta, l’informazione con un click, chiudere gli occhi a Milano ed aprirli a New york; 2. la nostra debolezza nei confronti dell’impero del conformismo contro il quale si suppone ci dovremmo opporre e del quale chiunque è agente. Le nostre rinuncie si trasformerebbero presto in emarginazione e solitudine.

forse.

andreaechorn

Ancora il linguaggio

Martedì e Mercoledì alcuni studenti studianti in aula 1.6 del polo Zanotto sono stati accusati – da due professori – di antisemitismo a causa dell’affissione di un articolo circa il boicottaggio di prodotti israeliani fuori dalla porta dell’aula.
Assodato che esistono innumerevoli gruppi e associazioni di ebrei fortemente critici nei confronti della occupazione israeliana e a favore del boicottaggio, questa accusa dimostra una stolta superficialità nel presupporre che esista una sorta di identità tra il Governo di Israele e tutti gli ebrei del mondo.
Accusare di antisemitismo la critica alla politica coloniale di Israele è una meschinità che mostra la incapacità a confrontarsi sui fatti e sulle idee. Un tale atteggiamento finisce per svalutare profondamente il significato stesso di antisemitismo, di questo potente termine da riservare soltanto a chi mostra disprezzo e pregiudizio contro gli Ebrei come gruppo e come individui, dovunque essi risiedano, non tanto per quello che fanno ma per quello che sono. L’abuso di questa parola porta pericolosamente alla progressiva diluizione del suo significato e della sua forza simbolica dirompente.
Ale,6

>Ancora il linguaggio

>Martedì e Mercoledì alcuni studenti studianti in aula 1.6 del polo Zanotto sono stati accusati – da due professori – di antisemitismo a causa dell’affissione di un articolo circa il boicottaggio di prodotti israeliani fuori dalla porta dell’aula.
Assodato che esistono innumerevoli gruppi e associazioni di ebrei fortemente critici nei confronti della occupazione israeliana e a favore del boicottaggio, questa accusa dimostra una stolta superficialità nel presupporre che esista una sorta di identità tra il Governo di Israele e tutti gli ebrei del mondo.
Accusare di antisemitismo la critica alla politica coloniale di Israele è una meschinità che mostra la incapacità a confrontarsi sui fatti e sulle idee. Un tale atteggiamento finisce per svalutare profondamente il significato stesso di antisemitismo, di questo potente termine da riservare soltanto a chi mostra disprezzo e pregiudizio contro gli Ebrei come gruppo e come individui, dovunque essi risiedano, non tanto per quello che fanno ma per quello che sono. L’abuso di questa parola porta pericolosamente alla progressiva diluizione del suo significato e della sua forza simbolica dirompente.
Ale,6

Sentendo il peso della macchina

E’ come sentire il disagio di una pesantezza, camminare con la macchina fotografica nella borsa. Sento il corpo che si scompone (o compone in nuove posizioni) perché la tracolla inclina la spalla destra ed insieme il capo sbilancia verso sinistra. Il diventare umido delle dita nel momento in cui incespicano nell’apertura annodata dello zaino, sotto la pioggia. La stanchezza del collo appeso alla camera penzolante.
Parlo dei sintomi di una presenza che com-prende il camminare, il gesticolare, il parlare. Se questa presenza (la macchina fotografica) rimane comunque silenziosa (perché disattivata), la sua corporeità meccanica forza comunque il corpo pensante. Scegliere una strada o un incontro, così come evitare il contatto o uno sguardo estraneo; avanzare lentamente oppure scappare di corsa; tremare nella consapevolezza di avere irrimediabilmente posto l’obiettivo davanti l’occhio aperto. E’ questo un tentativo di tracciare alcune reazioni alla sovraesposizione coperta della macchina fotografica. Coperta in quanto della parte più piccola dell’obiettivo.
Era una mattina. Dopo la sveglia alle 9 ricordo un solo pensiero: “riuscirò oggi a fotografare?”. Così è stato per molto, in alcuni momenti, smarrimento.
Rughe

>Sentendo il peso della macchina

>E’ come sentire il disagio di una pesantezza, camminare con la macchina fotografica nella borsa. Sento il corpo che si scompone (o compone in nuove posizioni) perché la tracolla inclina la spalla destra ed insieme il capo sbilancia verso sinistra. Il diventare umido delle dita nel momento in cui incespicano nell’apertura annodata dello zaino, sotto la pioggia. La stanchezza del collo appeso alla camera penzolante.
Parlo dei sintomi di una presenza che com-prende il camminare, il gesticolare, il parlare. Se questa presenza (la macchina fotografica) rimane comunque silenziosa (perché disattivata), la sua corporeità meccanica forza comunque il corpo pensante. Scegliere una strada o un incontro, così come evitare il contatto o uno sguardo estraneo; avanzare lentamente oppure scappare di corsa; tremare nella consapevolezza di avere irrimediabilmente posto l’obiettivo davanti l’occhio aperto. E’ questo un tentativo di tracciare alcune reazioni alla sovraesposizione coperta della macchina fotografica. Coperta in quanto della parte più piccola dell’obiettivo.
Era una mattina. Dopo la sveglia alle 9 ricordo un solo pensiero: “riuscirò oggi a fotografare?”. Così è stato per molto, in alcuni momenti, smarrimento.
Rughe

Eclisse

Il tuo corpo sopra il mio,due mondi diversi,
si incontrano cercandosi l’un l’altro.
La tua luce su di me,la mia ombra su di te.
Le nostre orbite in rotta di collisione ballando
si fondono. In armonia si continua il nostro cammino
consapevoli che fra poco finirà.

Elio