>Come stai oggi, Signor G?

>- Io mi chiamo G.
– Io mi chiamo G.
– No, non hai capito, sono io che mi chiamo G.
– No, sei tu che non hai capito, mi chiamo G anch’io.

– Ah, il mio papà è un uomo moderato.
– Il mio papà è un black bloc.
– Il mio papà in Val di Susa sta dalla parte della polizia.
– Il mio papà in Val di Susa mira dalla parte della polizia.
– Il mio papà dice che con la violenza non si va da nessuna parte.
– Il mio papà dice che con la violenza vogliono andare in Francia.
– Il mio papà è fiero dei nostri soldati in Afghanistan.
– Il mio papà… no.
– Il mio papà dopo l’Università mi assicurerà un posto nella sua fabbrica.
– Il mio papà dopo l’Università mi accompagnerà nel posto dove un tempo c’era la sua fabbrica.
– Io da grande avrò una macchina di nuova generazione, che inquinerà poco.
– Da grande la mia macchina avrà passato tre generazioni, mio nonno, mio padre ed io. E forse non inquinerà poco.
– Il mio papà investe i suoi risparmi in borsa, e li difende dalla speculazione finanziaria.
– Il mio papà mette i suoi risparmi in una borsa, in una borsa molto piccola, e sente parlare al telegiornale della speculazione finanziaria.
– Il mio papà un giorno mi ha detto: “Figlio mio, spero tu abbia una vita piena di soddisfazioni come la mia”.
– Un giorno il mio papà mi ha detto: “Figlio mio, hai mica visto la borsa dei risparmi?”.
– Io da grande andrò a votare.
– Anch’io da grande andrò a votare.
– Voterò quello che vota il mio papà, il PD.
– Anch’io voterò quello che vota il mio papà, ma il mio papà è di sinistra.

Chopin Hauer

>Per un manifesto del partito consumista

>

Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del consumismo. Il consumismo è ormai riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee. È ora che i consumisti espongano apertamente a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro scopi, le loro tendenze.
Produzione e consumo. Ciò che qui vogliamo intendere per Produzione non è solo in termini industriali di (ri)produzione di beni in genere, ma anche in termini di sviluppo dell’immaginario collettivo e produzione di un sapere comune in un preciso momento storico. Un esempio semplice e facilmente comprensibile di ciò che può rientrare nel termine di Produzione è l’idea di salute o di sicurezza – il loro modellarsi sulla produzione narrativa che ci circonda come giornali, telegiornali, riviste ma anche discussioni, racconti e chiacchiere in genere; un esempio di carattere attuale e articolato è l’immagine della donna e il suo utilizzo pubblicitario, per così dire, sui generis.
Una volta chiaro cosa intendiamo per Produzione, verrà a delinearsi ciò che chiamiamo Consumo, ossia l’uso di tutto ciò che la Produzione produce. Troviamo importante porre il Consumo solo in seguito alla Produzione poiché, sia chiaro, è quest’ultima che produce desideri, bisogni, necessità e consumi. In tal senso la Produzione produce anche i suoi consumatori.
Consumisti e consumismo. Anzitutto noi consumisti non abbiamo e non vogliamo modi di vedere all’infuori di quelli che ci vengono proposti. O meglio, non abbiamo modi di vedere all’infuori di quelli che si vengono a creare per conto loro nel nostro immaginario. L’intera narrazione discorsiva che ci circonda e che lavora costantemente sull’immaginario di ognuno, produce già abbastanza punti di vista, modi di vedere e opinioni. Non esiste alcuna ragione che ci spinga a crearne altri.
Noi consumisti siamo liberi di scegliere gli scopi che più ci aggradano tra tutti quelli che la Produzione ci suggerisce. Dal momento che la società è sostanzialmente governata dalla Produzione e che è quest’ultima a creare punti di partenza, punti di arrivo, obiettivi, scopi, fini, limiti e percorsi, non abbiamo la benché minima intenzione di pensare ad obiettivi che non siano compresi nella sua offerta quotidiana – atteggiamento che inevitabilmente costringerebbe ad un enorme sforzo per cercare di far convivere nello stesso corpo un percorso inventivo e un dominio della Produzione.
In maniera simile, la Produzione detta le nostre tendenze – nella misura in cui la Apple detta una forma mentis – attraverso la produzione del loro stesso desiderio – un iPhone da 64G. Non abbiamo motivo di pensarne altre nel momento che sarebbe solo una perdita di tempo e un dispendio di energie inutile in confronto a ciò che la Produzione già fa, e meglio.
Crisi e consumismo. Noi consumisti rigettiamo qualsivoglia accusa riguardo il ciclo di crisi della produzione capitalistica. La crisi non costituisce alcuna messa in causa né del nostro operato né dei limiti della produzione stessa. La crisi è il meccanismo attraverso cui la produzione scarta spontaneamente gli ostacoli che talvolta le capita di creare e il ciclo della crisi è il ritmo proprio dell’accumulazione capitalistica, al di là del consumo individuale e produttivo. Se dunque, a livello governativo, si decide di far fronte alla crisi imponendo da una parte la distruzione di una grande quantità di forze produttive e dall’altra conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente quelli già disponibili – ossia spianando la strada a crisi sempre più vaste e più violente e riducendo i mezzi per prevenirle – noi consumisti ci chiamiamo fuori da ogni presunta responsabilità.
I consumisti hanno ben chiara la loro posizione e disdegnano di nascondere le loro opinioni e intenzioni, in quanto non hanno nulla da perdere se non quello che sono grazie alla Produzione. E hanno un mondo da consumare.
Consumisti di tutti i paesi, unitevi!

Carlo e Federico

Per un manifesto del partito consumista

Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del consumismo. Il consumismo è ormai riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee. È ora che i consumisti espongano apertamente a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro scopi, le loro tendenze.
Produzione e consumo. Ciò che qui vogliamo intendere per Produzione non è solo in termini industriali di (ri)produzione di beni in genere, ma anche in termini di sviluppo dell’immaginario collettivo e produzione di un sapere comune in un preciso momento storico. Un esempio semplice e facilmente comprensibile di ciò che può rientrare nel termine di Produzione è l’idea di salute o di sicurezza – il loro modellarsi sulla produzione narrativa che ci circonda come giornali, telegiornali, riviste ma anche discussioni, racconti e chiacchiere in genere; un esempio di carattere attuale e articolato è l’immagine della donna e il suo utilizzo pubblicitario, per così dire, sui generis.
Una volta chiaro cosa intendiamo per Produzione, verrà a delinearsi ciò che chiamiamo Consumo, ossia l’uso di tutto ciò che la Produzione produce. Troviamo importante porre il Consumo solo in seguito alla Produzione poiché, sia chiaro, è quest’ultima che produce desideri, bisogni, necessità e consumi. In tal senso la Produzione produce anche i suoi consumatori.
Consumisti e consumismo. Anzitutto noi consumisti non abbiamo e non vogliamo modi di vedere all’infuori di quelli che ci vengono proposti. O meglio, non abbiamo modi di vedere all’infuori di quelli che si vengono a creare per conto loro nel nostro immaginario. L’intera narrazione discorsiva che ci circonda e che lavora costantemente sull’immaginario di ognuno, produce già abbastanza punti di vista, modi di vedere e opinioni. Non esiste alcuna ragione che ci spinga a crearne altri.
Noi consumisti siamo liberi di scegliere gli scopi che più ci aggradano tra tutti quelli che la Produzione ci suggerisce. Dal momento che la società è sostanzialmente governata dalla Produzione e che è quest’ultima a creare punti di partenza, punti di arrivo, obiettivi, scopi, fini, limiti e percorsi, non abbiamo la benché minima intenzione di pensare ad obiettivi che non siano compresi nella sua offerta quotidiana – atteggiamento che inevitabilmente costringerebbe ad un enorme sforzo per cercare di far convivere nello stesso corpo un percorso inventivo e un dominio della Produzione.
In maniera simile, la Produzione detta le nostre tendenze – nella misura in cui la Apple detta una forma mentis – attraverso la produzione del loro stesso desiderio – un iPhone da 64G. Non abbiamo motivo di pensarne altre nel momento che sarebbe solo una perdita di tempo e un dispendio di energie inutile in confronto a ciò che la Produzione già fa, e meglio.
Crisi e consumismo. Noi consumisti rigettiamo qualsivoglia accusa riguardo il ciclo di crisi della produzione capitalistica. La crisi non costituisce alcuna messa in causa né del nostro operato né dei limiti della produzione stessa. La crisi è il meccanismo attraverso cui la produzione scarta spontaneamente gli ostacoli che talvolta le capita di creare e il ciclo della crisi è il ritmo proprio dell’accumulazione capitalistica, al di là del consumo individuale e produttivo. Se dunque, a livello governativo, si decide di far fronte alla crisi imponendo da una parte la distruzione di una grande quantità di forze produttive e dall’altra conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente quelli già disponibili – ossia spianando la strada a crisi sempre più vaste e più violente e riducendo i mezzi per prevenirle – noi consumisti ci chiamiamo fuori da ogni presunta responsabilità.
I consumisti hanno ben chiara la loro posizione e disdegnano di nascondere le loro opinioni e intenzioni, in quanto non hanno nulla da perdere se non quello che sono grazie alla Produzione. E hanno un mondo da consumare.
Consumisti di tutti i paesi, unitevi!

Carlo e Federico

>Deturnamenti deliranti di un mercoledì mattina‏

>

La televisione, è tutta lì la questione, tutta lì la questione. Guarda, ascolta, inginocchiati, prega, la pubblicità. Non produciamo più niente e nello stesso tempo produciamo troppo. Non serviamo più a niente e nello stesso tempo siamo troppo utili. Che cazzo ci stiamo a fare allora? Siamo dei consumatori. Ok, ok, compri un sacco di roba da bravo cittadino, però se non la compri che succede? Se non la compri che cosa sei? Un malato mentale, è un fatto. Se non compri la carta igienica, la macchina nuova, un frullatore computerizzato, un attrezzo elettrico per orgasmi multipli, un impianto stereo con le cuffie che ti spappolano il cervello, computer con attivazione vocale. Ok, oggi c’è il fai da te, il bio e tutte quelle cose che ti fanno stare a posto con la coscienza, ma cosa sono se non altre possibilità già belle che confezionate dalla società del consumo? Da tutto il meccanismo di certo non se ne può uscire finché le soluzioni ce le impacchetta il sistema stesso.

La televisione ci rende consumatori, certo. Ma il linguaggio procede di corpo in corpo e ciò che ora è affetto siamo noi tutti, le nostre vite. E di conseguenza il nostro modo di portarle. Siamo i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Quello che deve spaventare sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, le poche calorie. Sono solo oggetti nulla di più. Le cose che possiedi però, alla fine ti possiedono.
Ciò che ci aliena, ciò che somatizza la cifra collettiva e creatrice che da sempre ci abita è lo spettacolo, quel rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Una forma di assoggettamento psicologico totale, in cui ogni singolo individuo è isolato dagli altri. Magari nella propria auto o nel proprio salottino. O anche in spazi condivisi: la piazza è ormai solo luogo di passaggio; l’università è ormai solo un persorso individuale; se il commercio è sempre stato un momento di necessaria condivisione delle nostre vite, il supermercato è l’annulamento di ogni relazione. Annullamento degli incontri. E di certo il processo non è ancora finito nel momento in cui vengo installati i point24h, dove l’ultimo baluardo umano (cassiere/a) è sostituito dalla macchina erogatrice.
Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è inoltre il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l’economia. La mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quell’unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta.
Oramai però siamo arrivati ad un punto tale che è difficile anche solo pensare di cambiare radicalmente le cose. La società dello spettacolo è venuta a crearsi e si è consolidata in questo modo perchè noi glielo abbiamo permesso seguendola, subendola passivamente, con le soluzioni che ci forniva lei stessa, senza cercare di utilizzare al meglio i suoi canali – sempre che esista un utilizzo migliore.
Matte e ale

Deturnamenti deliranti di un mercoledì mattina‏

La televisione, è tutta lì la questione, tutta lì la questione. Guarda, ascolta, inginocchiati, prega, la pubblicità. Non produciamo più niente e nello stesso tempo produciamo troppo. Non serviamo più a niente e nello stesso tempo siamo troppo utili. Che cazzo ci stiamo a fare allora? Siamo dei consumatori. Ok, ok, compri un sacco di roba da bravo cittadino, però se non la compri che succede? Se non la compri che cosa sei? Un malato mentale, è un fatto. Se non compri la carta igienica, la macchina nuova, un frullatore computerizzato, un attrezzo elettrico per orgasmi multipli, un impianto stereo con le cuffie che ti spappolano il cervello, computer con attivazione vocale. Ok, oggi c’è il fai da te, il bio e tutte quelle cose che ti fanno stare a posto con la coscienza, ma cosa sono se non altre possibilità già belle che confezionate dalla società del consumo? Da tutto il meccanismo di certo non se ne può uscire finché le soluzioni ce le impacchetta il sistema stesso.

La televisione ci rende consumatori, certo. Ma il linguaggio procede di corpo in corpo e ciò che ora è affetto siamo noi tutti, le nostre vite. E di conseguenza il nostro modo di portarle. Siamo i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. Quello che deve spaventare sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, le poche calorie. Sono solo oggetti nulla di più. Le cose che possiedi però, alla fine ti possiedono.
Ciò che ci aliena, ciò che somatizza la cifra collettiva e creatrice che da sempre ci abita è lo spettacolo, quel rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Una forma di assoggettamento psicologico totale, in cui ogni singolo individuo è isolato dagli altri. Magari nella propria auto o nel proprio salottino. O anche in spazi condivisi: la piazza è ormai solo luogo di passaggio; l’università è ormai solo un persorso individuale; se il commercio è sempre stato un momento di necessaria condivisione delle nostre vite, il supermercato è l’annulamento di ogni relazione. Annullamento degli incontri. E di certo il processo non è ancora finito nel momento in cui vengo installati i point24h, dove l’ultimo baluardo umano (cassiere/a) è sostituito dalla macchina erogatrice.
Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è inoltre il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l’economia. La mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quell’unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta.
Oramai però siamo arrivati ad un punto tale che è difficile anche solo pensare di cambiare radicalmente le cose. La società dello spettacolo è venuta a crearsi e si è consolidata in questo modo perchè noi glielo abbiamo permesso seguendola, subendola passivamente, con le soluzioni che ci forniva lei stessa, senza cercare di utilizzare al meglio i suoi canali – sempre che esista un utilizzo migliore.
Matte e ale

>Estrapolazioni: democrazia biopolitica e comunità terribile

>

Democrazia biopolitica e comunità terribile – l’una in quantoassiomatica della distribuzione dei rapporti di forza, l’altra in quantosostrato effettivo dei rapporti immediati – costituiscono le duepolarità del presente dominio. A tal punto che i rapporti di potere chesorreggono le democrazie biopolitiche, per dirlo in parole povere, nonpotrebbero realizzarsi senza le comunità terribili, che formano ilsostrato etico di tale realizzazione. Più esattamente, la comunitàterribile è la forma passionale di questa assiomatica che, sola, leconsente di dispiegarsi su territori concreti.In ultima istanza, è solo per mezzo della comunità terribile chel’Impero riesce a semiotizzare le formazioni sociali più eterogeneenella forma della democrazia biopolitica: in assenza di comunitàterribili, l’assiomatica sociale della democrazia politica non avrebbenessun corpo su cui realizzarsi.
Tutti i fenomeni che mescolanol’arcaico (neo-schiavismo, prostituzione mondializzata, neo-feudalesimod’impresa, traffici umani di ogni specie) e l’ipersofisticazioneimperiale non si spiegano senza questa mediazione.Ciò non significa che ai gesti di distruzione ai danni della comunitàterribile si attribuisca un qualunque valore sovversivo. In quantoregime di realizzazione di questa assiomatica, la comunità terribile nonha alcuna vitalità propria. In essa non c’è nulla che le consenta dicambiare forma in qualcos’altro, di collocare gli esseri in unarelazione radicalmente trasformata rispetto allo stato di cose presente;non c’è niente da salvare. Ed è un fatto che il presente sia talmentesaturo di comunità terribili, che il vuoto determinato da ogni rotturaparziale e volontarista con esse sia colmato a una velocitàsconvolgente.Se è dunque assurdo chiedersi che fare delle comunità terribili, quelleche sono da sempre già formate e da sempre già in dissoluzione, quelleche riducono al silenzio ogni insubordinazione interna (la parrhesiacome tutto il resto), è invece di vitale importanza cogliere a qualicondizioni concrete si possa distruggere la solidarietà tra democraziebiopolitiche e comunità terribili. Per questo occorrerà guardare con uncerto occhio, l’«occhio del ladro», quello che dall’interno deldispositivo materializza la possibilità di sfuggirgli. Condividendoquesto sguardo, i corpi più vivi faranno accadere ciò a cui la comunitàterribile involontariamente allude: la propria disgregazione.Le comunità terribili non sono mai veramente vittime della loromenzogna, sono semplicemente affezionate alla propria cecità, cosa checonsente loro di continuare a esistere.
da Tiqqun – La comunità terribile – DeriveApprodi 2003

Estrapolazioni: democrazia biopolitica e comunità terribile

Democrazia biopolitica e comunità terribile – l’una in quantoassiomatica della distribuzione dei rapporti di forza, l’altra in quantosostrato effettivo dei rapporti immediati – costituiscono le duepolarità del presente dominio. A tal punto che i rapporti di potere chesorreggono le democrazie biopolitiche, per dirlo in parole povere, nonpotrebbero realizzarsi senza le comunità terribili, che formano ilsostrato etico di tale realizzazione. Più esattamente, la comunitàterribile è la forma passionale di questa assiomatica che, sola, leconsente di dispiegarsi su territori concreti.In ultima istanza, è solo per mezzo della comunità terribile chel’Impero riesce a semiotizzare le formazioni sociali più eterogeneenella forma della democrazia biopolitica: in assenza di comunitàterribili, l’assiomatica sociale della democrazia politica non avrebbenessun corpo su cui realizzarsi.
Tutti i fenomeni che mescolanol’arcaico (neo-schiavismo, prostituzione mondializzata, neo-feudalesimod’impresa, traffici umani di ogni specie) e l’ipersofisticazioneimperiale non si spiegano senza questa mediazione.Ciò non significa che ai gesti di distruzione ai danni della comunitàterribile si attribuisca un qualunque valore sovversivo. In quantoregime di realizzazione di questa assiomatica, la comunità terribile nonha alcuna vitalità propria. In essa non c’è nulla che le consenta dicambiare forma in qualcos’altro, di collocare gli esseri in unarelazione radicalmente trasformata rispetto allo stato di cose presente;non c’è niente da salvare. Ed è un fatto che il presente sia talmentesaturo di comunità terribili, che il vuoto determinato da ogni rotturaparziale e volontarista con esse sia colmato a una velocitàsconvolgente.Se è dunque assurdo chiedersi che fare delle comunità terribili, quelleche sono da sempre già formate e da sempre già in dissoluzione, quelleche riducono al silenzio ogni insubordinazione interna (la parrhesiacome tutto il resto), è invece di vitale importanza cogliere a qualicondizioni concrete si possa distruggere la solidarietà tra democraziebiopolitiche e comunità terribili. Per questo occorrerà guardare con uncerto occhio, l’«occhio del ladro», quello che dall’interno deldispositivo materializza la possibilità di sfuggirgli. Condividendoquesto sguardo, i corpi più vivi faranno accadere ciò a cui la comunitàterribile involontariamente allude: la propria disgregazione.Le comunità terribili non sono mai veramente vittime della loromenzogna, sono semplicemente affezionate alla propria cecità, cosa checonsente loro di continuare a esistere.
da Tiqqun – La comunità terribile – DeriveApprodi 2003

>Un ritardo del 1771

>

In quelle settimane i polmoni della valle erano colmi di profumi, soprattutto dell’amarognolo del gelso, mangiucchiato dai bachi da seta. Ogni volta che scendevo da Ponte Zanano fino in città, più che delle miglia a piedi mi meravigliavo delle distanze olfattive. Già verso Mompiano si percepiva un’aria più calda e vissuta. Odori di carri e stracci circondavano il grande ospedale fino ad immergersi in via S.Faustino con nitidi profumi di carni dolcemente intrecciati con quelli del pane fresco. Entrare poi in piazza Grande tra la Loggia e i casotti di mercanti mi immergeva in un’atmosfera che in nessun altro posto ho più ritrovato. A volte – quando non ero in ritardo – mi fermavo ai banchi di bozzoli dove, lievemente speziato dalla vita cittadina,ritrovavo l’odore del gelso consumato. Quella mattina mi ero forse lasciato troppo alle mie derive
ed ero ancora sotto la Loggia quando i Matti delle ore battevano le otto. Il suono mi spalancò gli occhi, caricandomi le gambe di terrore. Fino a quel giorno avevo avuto la fortuna di limitarmi a vedere cosa succedeva ai ritardatari, senza mai provarlo di persona. Mentre correvo pensavo a cosa fosse stato meglio: tornare a casa e presentarmi con una scusa ben studiata il giorno dopo o arrivare in ritardo e accettare tutto ciò che questo comportava. Intanto le spallate alla gente provocavano zampilli di bestemmie; fortunatamente strada Nuova era vuota e in piazza del Duomo Nuovo c’erano solo i soliti sbirri. Alla fine decisi di presentarmi in ritardo. Giunto ormai di fronte alla porta bussai piano, cercando di non sconvolgere la concentrazione.«Avanti!». Entrai con la testa china. Il fiatone e la faccia gonfia dalla corsa mi impedivano di esprimere attraverso il viso la desolazione. «La stavamo aspettando. Forza, si sieda». Di tutte le giustifiche che avevo pensato non mi uscì neanche una sillaba. Riuscii ad intravedere persino un mezzo sorriso. Incredibile. Non capivo. Il professore proseguì subito da dove l’avevo interrotto e per tutta la lezione non fece ne occhiate ne frecciatine.A fine lezione il Marchetti mi chiese di rimanere qualche minuto.Improvvisamente mi tornarono dei brividi sulle gambe. «Senti,Gioacchino: il ritardo di oggi non può di certo passare inosservato.Domani entrerai nella Loggia, nella sala al primo piano dove tengono custodito il modello in legno del Turbini. Una volta lì prenderai qualche appunto e per venerdì voglio avere il progetto su carta. Siamo d’accordo?». Annuii abbattuto giusto per dare al castigo ciò che necessita, ma una volta fuori mi esplose un sorriso enorme e il ritorno a casa fu privo di odori.Il sole era ancora dietro la Maddalena quando mi accinsi ad entrare nella Loggia. Mi trattenni un’oretta prima di rimettere tutto in borsa ed avviarmi al meritato caffè dell’osteria ai Matti. «..ma som ‘re a dài nömer? Che sta l’è la me baraca: me da che ma sa möe gnà mort!». Beppe era incendiato; cercai di capire e intanto ordinai il mio caffè.«Figüret se me go de serà sö per lurle che i se liàt sö en cö con le talamore en del servel! “Decoro”? Ma decoro de chi?». «Beppe ma cosa è successo?» cinguetto timidamente. «Per decoro ed eleganza maggiore della piazza Grande – legge da un foglio – ornamento principalissimo di questa città, vien deciso di interrompere gli sconcerti e le indecenze. De chi po, me capese mìa.. Per questo vien fatto ordine di chiudere tutte le osterie riguardanti la piazza, atte soltanto al ricovero di gente rustica, vile e forse ancor più delle volte inonesta. Te dim se chesta l’è mìa na manega de ‘nseminich! ..che ulìet chi te? El cafè?» «Si, senza zucchero, grazie» «Ffff, e te come ala col Marchetti?» «Bene! Oggi devo copiare il progetto del Turbini!» «Chii? – tuona un omino seduto infondo – Cosa devi copiare scusa?» «Il modello in legno del Turbini,custodito nella sala della Loggia – annuisce – ecco, devo copiarlo per venerdì. Una specie di compito a casa». «Ah ah! Il Marchetti sta passando davvero ogni limite!». «Non capisco». «Con questa storia della Loggia stanno andando avanti da anni lui e il Turbini! Ormai è il tormentone del lombardo-veneto! Entrambi hanno presentato i progetti per il tetto del palazzo, ma l’amministrazione non si decide e a quanto pare preferisce far chiudere osterie per decoro! Il modello in legno l’hanno chiesto quelli dell’amministrazione per capire meglio quale accettare,ma sembra che il Turbini, con qualche giro strano, se lo sia fatto pagare con soldi pubblici, el fürbo. Così dicono che abbia fatto un modello di gran lunga migliore del progetto su carta, stracciando così quello del Marchetti. Probabilmente questi ti avrà fatto passare un’azione di spionaggio come un bel compitino a casa..». Rimasi in silenzio. I bicchieri che venivano risistemati erano l’unico suono all’interno dell’osteria. Pagai e tornai verso casa con qualche odore in più sotto il naso e un’idea diversa di ritardo.
ale

Un ritardo del 1771

In quelle settimane i polmoni della valle erano colmi di profumi, soprattutto dell’amarognolo del gelso, mangiucchiato dai bachi da seta. Ogni volta che scendevo da Ponte Zanano fino in città, più che delle miglia a piedi mi meravigliavo delle distanze olfattive. Già verso Mompiano si percepiva un’aria più calda e vissuta. Odori di carri e stracci circondavano il grande ospedale fino ad immergersi in via S.Faustino con nitidi profumi di carni dolcemente intrecciati con quelli del pane fresco. Entrare poi in piazza Grande tra la Loggia e i casotti di mercanti mi immergeva in un’atmosfera che in nessun altro posto ho più ritrovato. A volte – quando non ero in ritardo – mi fermavo ai banchi di bozzoli dove, lievemente speziato dalla vita cittadina,ritrovavo l’odore del gelso consumato. Quella mattina mi ero forse lasciato troppo alle mie derive
ed ero ancora sotto la Loggia quando i Matti delle ore battevano le otto. Il suono mi spalancò gli occhi, caricandomi le gambe di terrore. Fino a quel giorno avevo avuto la fortuna di limitarmi a vedere cosa succedeva ai ritardatari, senza mai provarlo di persona. Mentre correvo pensavo a cosa fosse stato meglio: tornare a casa e presentarmi con una scusa ben studiata il giorno dopo o arrivare in ritardo e accettare tutto ciò che questo comportava. Intanto le spallate alla gente provocavano zampilli di bestemmie; fortunatamente strada Nuova era vuota e in piazza del Duomo Nuovo c’erano solo i soliti sbirri. Alla fine decisi di presentarmi in ritardo. Giunto ormai di fronte alla porta bussai piano, cercando di non sconvolgere la concentrazione.«Avanti!». Entrai con la testa china. Il fiatone e la faccia gonfia dalla corsa mi impedivano di esprimere attraverso il viso la desolazione. «La stavamo aspettando. Forza, si sieda». Di tutte le giustifiche che avevo pensato non mi uscì neanche una sillaba. Riuscii ad intravedere persino un mezzo sorriso. Incredibile. Non capivo. Il professore proseguì subito da dove l’avevo interrotto e per tutta la lezione non fece ne occhiate ne frecciatine.A fine lezione il Marchetti mi chiese di rimanere qualche minuto.Improvvisamente mi tornarono dei brividi sulle gambe. «Senti,Gioacchino: il ritardo di oggi non può di certo passare inosservato.Domani entrerai nella Loggia, nella sala al primo piano dove tengono custodito il modello in legno del Turbini. Una volta lì prenderai qualche appunto e per venerdì voglio avere il progetto su carta. Siamo d’accordo?». Annuii abbattuto giusto per dare al castigo ciò che necessita, ma una volta fuori mi esplose un sorriso enorme e il ritorno a casa fu privo di odori.Il sole era ancora dietro la Maddalena quando mi accinsi ad entrare nella Loggia. Mi trattenni un’oretta prima di rimettere tutto in borsa ed avviarmi al meritato caffè dell’osteria ai Matti. «..ma som ‘re a dài nömer? Che sta l’è la me baraca: me da che ma sa möe gnà mort!». Beppe era incendiato; cercai di capire e intanto ordinai il mio caffè.«Figüret se me go de serà sö per lurle che i se liàt sö en cö con le talamore en del servel! “Decoro”? Ma decoro de chi?». «Beppe ma cosa è successo?» cinguetto timidamente. «Per decoro ed eleganza maggiore della piazza Grande – legge da un foglio – ornamento principalissimo di questa città, vien deciso di interrompere gli sconcerti e le indecenze. De chi po, me capese mìa.. Per questo vien fatto ordine di chiudere tutte le osterie riguardanti la piazza, atte soltanto al ricovero di gente rustica, vile e forse ancor più delle volte inonesta. Te dim se chesta l’è mìa na manega de ‘nseminich! ..che ulìet chi te? El cafè?» «Si, senza zucchero, grazie» «Ffff, e te come ala col Marchetti?» «Bene! Oggi devo copiare il progetto del Turbini!» «Chii? – tuona un omino seduto infondo – Cosa devi copiare scusa?» «Il modello in legno del Turbini,custodito nella sala della Loggia – annuisce – ecco, devo copiarlo per venerdì. Una specie di compito a casa». «Ah ah! Il Marchetti sta passando davvero ogni limite!». «Non capisco». «Con questa storia della Loggia stanno andando avanti da anni lui e il Turbini! Ormai è il tormentone del lombardo-veneto! Entrambi hanno presentato i progetti per il tetto del palazzo, ma l’amministrazione non si decide e a quanto pare preferisce far chiudere osterie per decoro! Il modello in legno l’hanno chiesto quelli dell’amministrazione per capire meglio quale accettare,ma sembra che il Turbini, con qualche giro strano, se lo sia fatto pagare con soldi pubblici, el fürbo. Così dicono che abbia fatto un modello di gran lunga migliore del progetto su carta, stracciando così quello del Marchetti. Probabilmente questi ti avrà fatto passare un’azione di spionaggio come un bel compitino a casa..». Rimasi in silenzio. I bicchieri che venivano risistemati erano l’unico suono all’interno dell’osteria. Pagai e tornai verso casa con qualche odore in più sotto il naso e un’idea diversa di ritardo.
ale