>IL TEMPO DI ORA

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Progressivo slittamento nel cuore di Torino: movimento che da orizzontale diviene verticale, in un istante. I ritardi del treno non dilatano il tempo, come spesso si ritiene, ma preannnunciano tutt’al più la sospensione temporale del tempo di ora, un lungo Jetztzeit dalla durata incerta di diversi giorni (se il concetto di durata ha ancora un senso).
Movimento verticale, vertigine di caduta, senza appiglio per la caviglie che agitano a vuoto, pesate dalla gravità. Di colpo si impone il paradosso del momento, secondo il quale, nonostante la sospensione del tempo, la leggerezza immediata in cui tutto accade, permane come non mai una certa gravità delle cose. Meglio: nelle cose, nei corpi. Hic et nunc i corpi ac-cadono, precipitano nel tempo di ora e gravano gli uni contro gli altri, gli uni con gli altri. Sfregamento che odora di zolfo, mentre il fiammifero non ricorda il tempo in cui aveva ancora la testa. Il tempo di ora non arriva a compimento, piuttosto ne raggiunge una parte di frazione di secondo. Esso non arriva a compimento perché si spande e si ritrova in tutto, fuorché in un riepilogo, né tanto meno in una narrazione che possa riprenderlo. Esso non arriva a compimento perché è già compiuto nel suo darsi – tutto lì tutti noi tutto contratto in quella frazione di secondo, buco nero della cronologia che attira i nostri corpi con incalcolabile densità. E l’unità di misura diviene non solo insufficiente al calcolo; ma il calcolo stesso si rivela mancante, un inganno di prospettiva. O di lettura. La lettura analitica (segmentale) del tempo è mostrata incapace di contenere qualsiasi appiglio al tempo. Questo rifugge, scivola melmoso ad ogni pre(te)sa di orologio. Si narra che durante le notti della Comune parigina, gli insorti sparassero agli orologi, nel tentativo di arrestare lo scorrere tempo. Tuttavia non occorre arrestare volontariamente il tempo, dal momento che ogni componente volitiva è catturata senza scampo nel nuovo movimento, indifferente a quello lineare della storia e della biografia. Blackout: movimento cosmico e molecolare si richiamano, due stelle si allontanano, due singolarità si toccano (si allontanavano davvero poi…?). Stelle e corpi annodati in un’unica costellazione in stallo e tremolante al tempo (stesso). (E’ tutta qui la sapienza degli antichi astrologi, ma senza alcun determinismo. E’ tutta qui la precisione appropriata al titolo di un libro, ma diffusa a livello molecolare: “Et l’un(e) ne bouge pas sans l’autre”.) E’ questo un tentativo di scrivere della rottura del quadrante abitudinario che consente la verbalizzazione, il racconto sul passaggio temporale. Da qui il nostro disagio nello stendere questa archeologia di qualcosa che si dà senza alcuna arché, deponendo ogni potere, sventando ogni rispetto nei confronti della storia e di ogni presunta origine: tempo anarchico per necessità. Da qui anche un certo esoterismo di questa scrittura. Chi ha orecchie per intendere non potrà comunque sottrarsi ad un certo non-sapere, nei confronti del quale ogni ac-cadere funge da piccolissima porta d’ingresso. Quell’accadimento che frantuma lo strato di pelle rafferma che copre la carne viva della vertigine nei secondi. E’ l'”ora” ne “il tempo di ora”. Qualcosa che si pone nel confine tra presenza ed assenza, pur occupandole tutte e due al medesimo accadere. Sincronizzazione della rivolta. Nella narrazione. Nel suo fallimento.
Marco e Rughe

IL TEMPO DI ORA

Progressivo slittamento nel cuore di Torino: movimento che da orizzontale diviene verticale, in un istante. I ritardi del treno non dilatano il tempo, come spesso si ritiene, ma preannnunciano tutt’al più la sospensione temporale del tempo di ora, un lungo Jetztzeit dalla durata incerta di diversi giorni (se il concetto di durata ha ancora un senso).
Movimento verticale, vertigine di caduta, senza appiglio per la caviglie che agitano a vuoto, pesate dalla gravità. Di colpo si impone il paradosso del momento, secondo il quale, nonostante la sospensione del tempo, la leggerezza immediata in cui tutto accade, permane come non mai una certa gravità delle cose. Meglio: nelle cose, nei corpi. Hic et nunc i corpi ac-cadono, precipitano nel tempo di ora e gravano gli uni contro gli altri, gli uni con gli altri. Sfregamento che odora di zolfo, mentre il fiammifero non ricorda il tempo in cui aveva ancora la testa. Il tempo di ora non arriva a compimento, piuttosto ne raggiunge una parte di frazione di secondo. Esso non arriva a compimento perché si spande e si ritrova in tutto, fuorché in un riepilogo, né tanto meno in una narrazione che possa riprenderlo. Esso non arriva a compimento perché è già compiuto nel suo darsi – tutto lì tutti noi tutto contratto in quella frazione di secondo, buco nero della cronologia che attira i nostri corpi con incalcolabile densità. E l’unità di misura diviene non solo insufficiente al calcolo; ma il calcolo stesso si rivela mancante, un inganno di prospettiva. O di lettura. La lettura analitica (segmentale) del tempo è mostrata incapace di contenere qualsiasi appiglio al tempo. Questo rifugge, scivola melmoso ad ogni pre(te)sa di orologio. Si narra che durante le notti della Comune parigina, gli insorti sparassero agli orologi, nel tentativo di arrestare lo scorrere tempo. Tuttavia non occorre arrestare volontariamente il tempo, dal momento che ogni componente volitiva è catturata senza scampo nel nuovo movimento, indifferente a quello lineare della storia e della biografia. Blackout: movimento cosmico e molecolare si richiamano, due stelle si allontanano, due singolarità si toccano (si allontanavano davvero poi…?). Stelle e corpi annodati in un’unica costellazione in stallo e tremolante al tempo (stesso). (E’ tutta qui la sapienza degli antichi astrologi, ma senza alcun determinismo. E’ tutta qui la precisione appropriata al titolo di un libro, ma diffusa a livello molecolare: “Et l’un(e) ne bouge pas sans l’autre”.) E’ questo un tentativo di scrivere della rottura del quadrante abitudinario che consente la verbalizzazione, il racconto sul passaggio temporale. Da qui il nostro disagio nello stendere questa archeologia di qualcosa che si dà senza alcuna arché, deponendo ogni potere, sventando ogni rispetto nei confronti della storia e di ogni presunta origine: tempo anarchico per necessità. Da qui anche un certo esoterismo di questa scrittura. Chi ha orecchie per intendere non potrà comunque sottrarsi ad un certo non-sapere, nei confronti del quale ogni ac-cadere funge da piccolissima porta d’ingresso. Quell’accadimento che frantuma lo strato di pelle rafferma che copre la carne viva della vertigine nei secondi. E’ l'”ora” ne “il tempo di ora”. Qualcosa che si pone nel confine tra presenza ed assenza, pur occupandole tutte e due al medesimo accadere. Sincronizzazione della rivolta. Nella narrazione. Nel suo fallimento.
Marco e Rughe

>Storiaccie

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Allora dovevo partire sabato ma no! Quindi domenica pomeriggio, dopo aver deciso che il treno sarebbe stato l’unico mezzo disponibile, parto per Torino con la Ste, la mia ragazza, che era a Bondanello con me. Arriviamo a Torino, cenetta e altri cazzeggi. Lunedì mattina di buon ora ci svegliamo così che io possa andare a controllare in biglietteria se ci sono treni, quanti ce ne sono e soprattutto quando partono. Perché giustamente erano tutti prenotati per una settimana, insomma chiedo alla bigliettaia e mi risponde scazzata ” Eh non ci sono posti su nessun treno! Almeno fino a lunedì prossimo. Però puoi provare a chiedere al controllore del treno se ti fa salire lo stesso.” ..Boh… Il treno che sarebbe andato bene per me, l’unico, è l’eurostar da Torino a Parigi che parte alle 8.11 e arriva a Parigi alle 14. Bon, allora si aspetta il giorno dopo.
Insomma martedì mattina mi sveglio alle 6 perché con Trenitalia bisogna andare sul sicuro e non scherzarci troppo e alle 7 freschissimo arrivo in stazione. Il binario è affollatissimo, arriva il treno alle 8, a me scappava anche da cacare però ho resistito. Scende il controllore gli chiedo se posso salire anche se non ho il biglietto e lui dice “certamente. Aspettami dentro che poi mi paghi” , figata penso: almeno stavolta mi muovo. Saluti e baci alla consorte, pagato il biglietto 95 euri, prezzo standard per la II classe e finalmente cago! Esperienza abbastanza lussuosa la cagata su un euorostar! Mi siedo nel frammezzo di 2 carrozze, non c’erano posti liberi neanche in prima classe. Ripasso il programma del viaggio: arrivo a Parigi ore 14, cambio stazione a piedi e metro partenza da Parigi St.Lazare alle 14.50 per Rouan arrivo a Ruan alle 16.10 cambio per Dieppe con arrivo previsto per le 17 a Dieppe da il cui porto sarebbe partito il traghetto per Newhaven alle 18. Mi sembrava fattibile senza troppi sforzi. AH! Poi figurati se le cose vanno come dovrebbero!
Arrivo a Parigi in orario, mi accorgo che arrivare a l’altra stazione è più difficile di quanto immaginavo, la valigia pesa un casino e le ruote non girano tanto bene, così mi metto a “correre” prendo la metro, cambio linea, faccio il biglietto in una macchinetta automatica, arrivo ai binari ma non capisco qual è il mio… Chiedo a qualcuno con un francese degno di Robespierre, corro al binario che ovviamente era dall’altro lato della stazione chiedo al controllore se quello fosse quello giusto, sì. Via dentro e poi si chiudono le porte! Per poco non rimanevo bloccato a Parigi! Nell’oretta di viaggio, sudatissimo, mi mangio una pasta fredda preparata la sera prima e mi faccio compatire da quelli che mi stanno intorno. Arrivo a Rouan in tempo, un quarto d’ora dopo avrei avuto l’altro treno ma, SORPRESA i ferrovieri figli di…francesi stanno scioperando per i loro salari da stronzi! Il treno che dovevo prendere viene spostato di una mezz’ora e io ricomincio a bestemmiare. Sarei arrivato a Dieppe dieci minuti prima che il traghetto partisse. Merda! Il treno arriva e parte, arrivo a Dieppe convinto che il porto fosse vicino alla stazione. Su Google maps era così ma dopo 10 minuti di corsa disperata mi accorgo che è ad almeno 2 km. Merda! Per fortuna un signore francese mi chiede se devo prendere il traghetto mi carica in macchina e mi porta alla biglietteria! Altra botta di culo, il traghetto deve ancora partire (se non l’avessi preso avrei dovuto aspettare le 5 di mattina del giorno dopo). Entro in biglietteria e mi dicono che il traghetto è pieno e che se non ho la prenotazione non posso salire, io non avevo prenotato perché pensavo “che cazzo! ce ne vuole a riempire un traghetto e preso dallo sgomento mi siedo e aspetto non so cosa…Dopo 15 minuti la bigliettaia mi chiama e mi dice che c’è ancora posto (MA VAAA!!!) solo che per salire non posso pagare la tariffa base (30 euro) ma quella “speciale” (85 euro) vaffanculo! Pago con la carta, e salgo sul traghetto che all’interno era tutt’altro che pieno e sembrava più una nave da crociera che una barca…La birra, almeno quella, costava pochissimo (2.5 la pinta) me ne sparo 3 mi sbronzo e aspetto le 4 ore di viaggio leggendo stronzate ecc ecc…
Attracchiamo a Newhaven e scendendo dal traghetto mi si rompe una ruota dalla valigia!(EH BENVENUTO IN INGHILTERRA!) Mi va bene che la stazione è a 2 minuti a piedi dal porto, ci arrivo sudatissimo. I treni inglesi sono una cosa che arriverà in Italia forse tra 50 anni, salgo e dopo mezz’oretta arrivo a Brighton. Sfinito e con i calli alle mani guardo se ci sono degli autobus per casa di Sharon, la ragazza che mi avrebbe ospitato per il primo periodo. Sono devastato e chiamo un taxi gli dico l’indirizzo e mi faccio portare davanti alla porta. Entro saluto Sharon, 45 enne abbastanza in forma, che mi fa vedere la casa e tutto il resto. Mi faccio una doccia e poi vado a letto.

Elio

Storiaccie

Allora dovevo partire sabato ma no! Quindi domenica pomeriggio, dopo aver deciso che il treno sarebbe stato l’unico mezzo disponibile, parto per Torino con la Ste, la mia ragazza, che era a Bondanello con me. Arriviamo a Torino, cenetta e altri cazzeggi. Lunedì mattina di buon ora ci svegliamo così che io possa andare a controllare in biglietteria se ci sono treni, quanti ce ne sono e soprattutto quando partono. Perché giustamente erano tutti prenotati per una settimana, insomma chiedo alla bigliettaia e mi risponde scazzata ” Eh non ci sono posti su nessun treno! Almeno fino a lunedì prossimo. Però puoi provare a chiedere al controllore del treno se ti fa salire lo stesso.” ..Boh… Il treno che sarebbe andato bene per me, l’unico, è l’eurostar da Torino a Parigi che parte alle 8.11 e arriva a Parigi alle 14. Bon, allora si aspetta il giorno dopo.
Insomma martedì mattina mi sveglio alle 6 perché con Trenitalia bisogna andare sul sicuro e non scherzarci troppo e alle 7 freschissimo arrivo in stazione. Il binario è affollatissimo, arriva il treno alle 8, a me scappava anche da cacare però ho resistito. Scende il controllore gli chiedo se posso salire anche se non ho il biglietto e lui dice “certamente. Aspettami dentro che poi mi paghi” , figata penso: almeno stavolta mi muovo. Saluti e baci alla consorte, pagato il biglietto 95 euri, prezzo standard per la II classe e finalmente cago! Esperienza abbastanza lussuosa la cagata su un euorostar! Mi siedo nel frammezzo di 2 carrozze, non c’erano posti liberi neanche in prima classe. Ripasso il programma del viaggio: arrivo a Parigi ore 14, cambio stazione a piedi e metro partenza da Parigi St.Lazare alle 14.50 per Rouan arrivo a Ruan alle 16.10 cambio per Dieppe con arrivo previsto per le 17 a Dieppe da il cui porto sarebbe partito il traghetto per Newhaven alle 18. Mi sembrava fattibile senza troppi sforzi. AH! Poi figurati se le cose vanno come dovrebbero!
Arrivo a Parigi in orario, mi accorgo che arrivare a l’altra stazione è più difficile di quanto immaginavo, la valigia pesa un casino e le ruote non girano tanto bene, così mi metto a “correre” prendo la metro, cambio linea, faccio il biglietto in una macchinetta automatica, arrivo ai binari ma non capisco qual è il mio… Chiedo a qualcuno con un francese degno di Robespierre, corro al binario che ovviamente era dall’altro lato della stazione chiedo al controllore se quello fosse quello giusto, sì. Via dentro e poi si chiudono le porte! Per poco non rimanevo bloccato a Parigi! Nell’oretta di viaggio, sudatissimo, mi mangio una pasta fredda preparata la sera prima e mi faccio compatire da quelli che mi stanno intorno. Arrivo a Rouan in tempo, un quarto d’ora dopo avrei avuto l’altro treno ma, SORPRESA i ferrovieri figli di…francesi stanno scioperando per i loro salari da stronzi! Il treno che dovevo prendere viene spostato di una mezz’ora e io ricomincio a bestemmiare. Sarei arrivato a Dieppe dieci minuti prima che il traghetto partisse. Merda! Il treno arriva e parte, arrivo a Dieppe convinto che il porto fosse vicino alla stazione. Su Google maps era così ma dopo 10 minuti di corsa disperata mi accorgo che è ad almeno 2 km. Merda! Per fortuna un signore francese mi chiede se devo prendere il traghetto mi carica in macchina e mi porta alla biglietteria! Altra botta di culo, il traghetto deve ancora partire (se non l’avessi preso avrei dovuto aspettare le 5 di mattina del giorno dopo). Entro in biglietteria e mi dicono che il traghetto è pieno e che se non ho la prenotazione non posso salire, io non avevo prenotato perché pensavo “che cazzo! ce ne vuole a riempire un traghetto e preso dallo sgomento mi siedo e aspetto non so cosa…Dopo 15 minuti la bigliettaia mi chiama e mi dice che c’è ancora posto (MA VAAA!!!) solo che per salire non posso pagare la tariffa base (30 euro) ma quella “speciale” (85 euro) vaffanculo! Pago con la carta, e salgo sul traghetto che all’interno era tutt’altro che pieno e sembrava più una nave da crociera che una barca…La birra, almeno quella, costava pochissimo (2.5 la pinta) me ne sparo 3 mi sbronzo e aspetto le 4 ore di viaggio leggendo stronzate ecc ecc…
Attracchiamo a Newhaven e scendendo dal traghetto mi si rompe una ruota dalla valigia!(EH BENVENUTO IN INGHILTERRA!) Mi va bene che la stazione è a 2 minuti a piedi dal porto, ci arrivo sudatissimo. I treni inglesi sono una cosa che arriverà in Italia forse tra 50 anni, salgo e dopo mezz’oretta arrivo a Brighton. Sfinito e con i calli alle mani guardo se ci sono degli autobus per casa di Sharon, la ragazza che mi avrebbe ospitato per il primo periodo. Sono devastato e chiamo un taxi gli dico l’indirizzo e mi faccio portare davanti alla porta. Entro saluto Sharon, 45 enne abbastanza in forma, che mi fa vedere la casa e tutto il resto. Mi faccio una doccia e poi vado a letto.

Elio

Il coraggio di arrangiarsi

Ore 17:00 arrivo a Novara in treno, e come sempre è già in ritardo. A Milano mi attende il treno per Verona e so già che una volta arrivato alla stazione milanese dovrò fare una corsa per non perdere il mio treno.
Ore 17:01 un annuncio comunica che ” un uomo nella stazione di Magenta è stato investito e i suoi resti sono sparsi su entrembi i binari e prima di poterli rimuovere, e consentire la marcia dei treni, bisogna aspettare l’arrivo del magistrato. Il ritardo non è così quantificabile”. Per fortuna ho con me il mio pc e continuo la visione di un film a bordo del treno, nella speranza che, prima o poi, si riparta.
Senza rendermene conto passa un’ora ed un altro annuncio invita i passeri a scendere perchè il treno non ripartirà. Scendere, bene, e poi? L’annuncio diceva solo di scendere e basta. Mi dirigo allora di corsa alla biglietteria per avere informazioni su come proseguire il mio viaggio e, soprattutto, farmi rimborsare il biglietto da Milano a Verona visto che per quella tratta ho già speso 17 euro e 50.
Coda interminabile, le solite teste calde iniziano ad insultare i bigliettei che, per tutta risposta ignorano le ingiurie. Finalmente è il mio turno e al pelo riesco a farmi imborsare il biglietto, giàperchè qualche minuto dopo ed il mio treno sarebbe partito da Milano e quindi addio rimborso. Strano meccanismo, se il mio treno parte senza di me, anche se per motivi indipendeni da me, non posso farmi rimborsare il biglietto e dovrei comprarne uno nuovo. Per fortuna non è andata così questa volta!
Il bigliettaio è gentile, mi cambia la prenotazione senza farmi spendere altri soldi. Decido allora di chiedergli se ci fossero altri modi per raggiungere Milano Centrale, non ho voglia ho voglia di apsttere una quantità di tempo indeterminata i comodi del magistrato di Magenta che, in un’ora, non era ancora giunto sul luogo dov’era stato investito l’uomo. Per mia fortuna il bigliettaio mi comunica che esiste una gabola, prendere un treno da Novara Nord verso Milano Certosa e da lì la metro fino a Milano Centrale. Sono salvo! Il treno consigliatomi da quell’uomo gentile sta partendo, ma riesco comunque a prenderlo, niente inutili attese.
‘E dalle difficoltà che bisogna farsi forza e sapersi arrangiare. Non bisogna mai aspettare che il tempo, con il suo trascorrere, risolva la situazione. Per prima cosa bisogna sempre cercare di agire e tentare di cavarsela da soli, se si fallisce si potrà poi comunque chiedere aiuto a qualcuno o al tempo, però almeno si sarà tentato di riuscire con le proprie forze, perché non si può sempre aspettare di essere “salvati” da qualcun’altro.

Matte

>Il coraggio di arrangiarsi

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Ore 17:00 arrivo a Novara in treno, e come sempre è già in ritardo. A Milano mi attende il treno per Verona e so già che una volta arrivato alla stazione milanese dovrò fare una corsa per non perdere il mio treno.
Ore 17:01 un annuncio comunica che ” un uomo nella stazione di Magenta è stato investito e i suoi resti sono sparsi su entrembi i binari e prima di poterli rimuovere, e consentire la marcia dei treni, bisogna aspettare l’arrivo del magistrato. Il ritardo non è così quantificabile”. Per fortuna ho con me il mio pc e continuo la visione di un film a bordo del treno, nella speranza che, prima o poi, si riparta.
Senza rendermene conto passa un’ora ed un altro annuncio invita i passeri a scendere perchè il treno non ripartirà. Scendere, bene, e poi? L’annuncio diceva solo di scendere e basta. Mi dirigo allora di corsa alla biglietteria per avere informazioni su come proseguire il mio viaggio e, soprattutto, farmi rimborsare il biglietto da Milano a Verona visto che per quella tratta ho già speso 17 euro e 50.
Coda interminabile, le solite teste calde iniziano ad insultare i bigliettei che, per tutta risposta ignorano le ingiurie. Finalmente è il mio turno e al pelo riesco a farmi imborsare il biglietto, giàperchè qualche minuto dopo ed il mio treno sarebbe partito da Milano e quindi addio rimborso. Strano meccanismo, se il mio treno parte senza di me, anche se per motivi indipendeni da me, non posso farmi rimborsare il biglietto e dovrei comprarne uno nuovo. Per fortuna non è andata così questa volta!
Il bigliettaio è gentile, mi cambia la prenotazione senza farmi spendere altri soldi. Decido allora di chiedergli se ci fossero altri modi per raggiungere Milano Centrale, non ho voglia ho voglia di apsttere una quantità di tempo indeterminata i comodi del magistrato di Magenta che, in un’ora, non era ancora giunto sul luogo dov’era stato investito l’uomo. Per mia fortuna il bigliettaio mi comunica che esiste una gabola, prendere un treno da Novara Nord verso Milano Certosa e da lì la metro fino a Milano Centrale. Sono salvo! Il treno consigliatomi da quell’uomo gentile sta partendo, ma riesco comunque a prenderlo, niente inutili attese.
‘E dalle difficoltà che bisogna farsi forza e sapersi arrangiare. Non bisogna mai aspettare che il tempo, con il suo trascorrere, risolva la situazione. Per prima cosa bisogna sempre cercare di agire e tentare di cavarsela da soli, se si fallisce si potrà poi comunque chiedere aiuto a qualcuno o al tempo, però almeno si sarà tentato di riuscire con le proprie forze, perché non si può sempre aspettare di essere “salvati” da qualcun’altro.

Matte

Da alcune pagine e strade

hfz…Aiutatemi a violentare la città per non esserne violentati.
art…El dado fue lanzado. Muoversi nella città. Strada, poi piazza, un pezzo lungo il fiume. La curva ed il viale alberato. Poi collina. Fino alla fine del cammino, pezzo urbano percorso.
Muovere nella struttura con basamenti in cemento e ferro, più in alto i mattoni colorati, i frammenti di legno che ostruiscono le finestre, coppi rosso caldo, fumo dal comignolo. Poco distante il vertice di cinque piani armati di vetri, tende e terrazze coperte dal vento. Quartieri che rispondono all’esigenza abitativa (lavorativa). Stipare, riempire, colmare, occupare. Case più antiche, in altre parole decadenti, investite di nuovo movimento, nuovi volti e parlate. Squarci di politica.
Mentre il cielo continua a rimanere ostruito da una folta coltre grigia, abusiva.
Poi si tratta di odore.
rt9…Venezia è muffa e salmastro, Salonicco sa di piscio, Costantinopoli di terra bagnata e fatica e sogno. Si tratta di investimenti, attraversamenti della percezione nello spostamento cittadino. La visione c’è, non è appartata, ma posta a lato dalle sensazioni che vengono colte altrove, a qualche centimetro dall’occhio. E non c’è scelta, e la libertà è denudata.
Violentare la città. Che implicazioni ne escono? Dove rintracciare scritte e graffiti che capovolgono il senso, la direzione di una solita strada?
Che percorso, come agire?
“Io sarei per restare”, commento di WuMinG a Torino, in dicembre, parlando di Italia. Il salmastro di Venezia. L’unto delle pareti di Verona. Il ferro di Torino. Le acque tranquille.
arr…Un fetore stagnante ferì le narici. Puzzo di morte, escrementi, urina. Il mio arrivo era salutato come si conviene.
Rughe

>Da alcune pagine e strade

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hfz…Aiutatemi a violentare la città per non esserne violentati.
art…El dado fue lanzado. Muoversi nella città. Strada, poi piazza, un pezzo lungo il fiume. La curva ed il viale alberato. Poi collina. Fino alla fine del cammino, pezzo urbano percorso.
Muovere nella struttura con basamenti in cemento e ferro, più in alto i mattoni colorati, i frammenti di legno che ostruiscono le finestre, coppi rosso caldo, fumo dal comignolo. Poco distante il vertice di cinque piani armati di vetri, tende e terrazze coperte dal vento. Quartieri che rispondono all’esigenza abitativa (lavorativa). Stipare, riempire, colmare, occupare. Case più antiche, in altre parole decadenti, investite di nuovo movimento, nuovi volti e parlate. Squarci di politica.
Mentre il cielo continua a rimanere ostruito da una folta coltre grigia, abusiva.
Poi si tratta di odore.
rt9…Venezia è muffa e salmastro, Salonicco sa di piscio, Costantinopoli di terra bagnata e fatica e sogno. Si tratta di investimenti, attraversamenti della percezione nello spostamento cittadino. La visione c’è, non è appartata, ma posta a lato dalle sensazioni che vengono colte altrove, a qualche centimetro dall’occhio. E non c’è scelta, e la libertà è denudata.
Violentare la città. Che implicazioni ne escono? Dove rintracciare scritte e graffiti che capovolgono il senso, la direzione di una solita strada?
Che percorso, come agire?
“Io sarei per restare”, commento di WuMinG a Torino, in dicembre, parlando di Italia. Il salmastro di Venezia. L’unto delle pareti di Verona. Il ferro di Torino. Le acque tranquille.
arr…Un fetore stagnante ferì le narici. Puzzo di morte, escrementi, urina. Il mio arrivo era salutato come si conviene.
Rughe

FISSO QUESTO SIMBOLO

Verona. L’epidemia simbolica che colpisce ciclicamente la città in concomitanza delle elezioni – siano esse politiche o studentesche, non c’è differenza – manifesta lo stato di degrado del tessuto politico cittadino. Quando il conflitto cambia configurazione spostandosi dal piano dei discorsi a quello dei simboli, esso scivola inevitabilmente nella dimensione supervisionata dal mercato e accessibile soltanto tramite il consumo. Non tanto un consumo spettacolare, quanto un consumo più radicalmente (meta)fisico; non si tratta tanto della passività con cui spettatore osserva il teatrino dei simboli, quando piuttosto la collosità del simbolo, quella sua penetrazione massiccia in ogni faglia dell’esistenza.
***
Fisso questo simbolo, con un certo senso di dejà-vu. Nella novità delle sue forme non ritrovo altro ormai che la consueta ingiunzione al consumo: logo e marca leggermente differenti, ma la stessa funzionalità e la stessa sostituibilità di tutti gli altri. Sullo scaffale elettorale, così come sui muri dei vicoli della città, ecco susseguirsi le vedette della politica: fulmini, tartarughe, tricolori, gentili silouhettes ammiccanti, croci e qualche rara falce, una lettera cerchiata. Il simbolo, la protesi contemporanea per le identità politiche in crisi, la promessa più rassicurante e allo stesso modo più autoritaria (forse perché senza voce), perfettamente aderente al piccolo bloom zelante incamminatosi sulla strada dell’obbedienza… a cosa? Il simbolo, in questo, ha a che fare con la mitologia, e con una forma spettrale di ideologia. Esso non ci impartisce direttive, ma, complice la sua perfetta aderenza, ci invita a cercare proprio qui, in noi stessi, i modi più adeguati per confermare la nostra adesione alla sua promessa. Per accoglierlo come unico collante del sociale, a dispetto di ogni prossimità, di ogni esposizione, di ogni… (o forse proprio contro di esse, contro i nostri aspetti più comuni). E così il simbolo ha a che fare con il consumo, ma anche con il bricolage identitario, un certo fai-da-te dell’obbedienza, nelle sue forme più decondificate.
***
E’ forse possibile consumare un simbolo? Nutrirsi di simboli? All’insistenza di questa domanda possiamo solo ribattere con la nostra convinzione, secondo la quale certo ci si può consumare attraverso di essi.

Marco