I sentimenti del pensiero

“Questo matrimonio non s’ ha da fare”… La celebre frase del Romanzo Italiano per antonomasia suggerisce all’istante come fossero soggiogati, qualche secolo fa, i “poverelli” del borgo al signorotto locale che su loro imponeva la sua egoistica volontà. Inviar bravi a mozzar teste e minacciare curati ora sembra fortunatamente roba d’altri tempi ( per lo meno hic et nunc). Qualcosa da allora è cambiato: una Costituzione sancisce i nostri diritti, è dalla nostra parte. E’ solo un foglio di carta, potrebbe dire qualcuno… ma che carta! Mica un foglio qualunque, mica carta igienica!.. Lì si parla di rispetto e cento altre cose. Ma fondamentalmente di rispetto. Ed è quel che basta. Certo poi l’applicazione dovrebbe esser un po’ perfezionata e proprio chi la dovrebbe difendere, non dovrebbe con tutti i mezzi cercare di calpestarla; ma per il momento, almeno di qualche centimetro, si è andati avanti.
Monarchie e imperi ( Sanremo permettendo) perdono terreno.

E in quelle aule tanto discusse, talvolta capita che, oltre ai privilegi politici, si promulghino leggi che qualcosa di buono portano al basso volgo, di cui, un po’ ovunque, poco ci si cura.

Il paesaggio fuori non esclude allo sguardo violenze, che su ogni territorio in cui l’uomo metta piede, da se stesso vengono compiute, ma, più o meno ipocritamente, allo stesso tempo si cerca un rimedio al danno compiuto.
Guerre, inquinamento, dittature… nella miniera del mondo, più si scava e si indaga, più gemme taglienti vengono alla luce. E se le Miss di Salsomaggiore auspicano la cosiddetta “pace nel mondo”, chi delle pietre affilate ha coscienza, sa che sperare che tutti i problemi mondiali vengano risolti in una decina di congressi è illusorio. Quel che invece si può sperare è che i partecipanti a tali riunioni, al fine di conservare almeno la propria incolumità, realizzino d’esser sull’orlo d’un baratro e non azzardino mosse poco convenienti.

Certo che andando avanti di questo passo, forse quando esploderà il sole, potremmo aver raggiunto una certa condizione di libertà e pace. E per chi al 2012 non ci crede, l’avvenire non si prospetta granché sereno. Il castello incantato, dove regna l’armonia, appare infinitamente lontano per un’umanità procede a passi di formica.

Ovvio. E’ gente che vive. Con tutti i suoi problemi, vuoi che si faccia carico pure di quelli del mondo? O di quelli dell’Italia? E’ già tanto che si impegni nel far firmare una petizione per una problematica a livello comunale.. E dico veramente che è già tanto! Non esiste la bacchetta magica. E l’uomo ha due sole mani.

Due mani che, con un cervello che poco si usa o poco si sa usare, si sono dimenticate delle loro reali potenzialità.
La situazione attuale è quella di un’umanità che non sa pensare o ha dimenticato come farlo. Si è talmente immersi nella realtà che ci si dimentica di progettarla, perché di far questo, dovremmo essere in grado. Si vive il giorno come fosse un’onda da cavalcare, al di là della quale, non sappiamo vedere, appare tanto alta da impedirci di sperare. Ci si gode attimo per attimo ogni sguardo seducente, ogni idea perversa, ogni distrazione che ci permetta di dimenticare cosa c’è oltre l’onda.

E’ drammatico, se ci si pensa seriamente: un uomo che è ancora bestia e che compie il male, che passa la vita a seguire i suoi impulsi, a desiderare ciò che gli altri dicono che è desiderabile. E’ drammatico l’egoismo, non tanto per l’eccesso d’amor proprio, ma quanto per mancanza d’amore verso gli altri, e se non vogliamo chiamarlo “amore”, almeno definiamolo “rispetto”. L’uomo è lupo dell’uomo. Il desiderio si appaga annullando colui che rappresenta l’ostacolo a questa soddisfazione insoddisfacente. Senza esitazione, senza pensiero l’uomo domina i suoi simili e la loro morte lo rende orgoglioso del suo potere.

Quanto dolore c’è nel lasciarsi impressionare negativamente dal mondo. Bastano dei link volgari su Facebook, dibattiti su uteri in affitto, Raffaella Fico mezza nuda e Chiambretti Night. Nel vederli, provo un dolore così grande da sussurrare e urlare dentro “Maledetti”. Non è un dolore immaturo: ogni episodio di violenza richiama tutti gli altri episodi di violenza (più o meno gravi); è per questo che la superficialità e la volgarità ( a tratti) dello show di Chiambretti è così grave.
Il mio intento non è pedagogico, non voglio mostrarvi la “retta via”, criticare ogni manifestazione immorale, richiamarvi a rispettare il buon costume… Ogni episodio ha il suo peso e un programma televisivo non è certo da demonizzare! La tv di per sé non ha colpe, è solo la galleria di un male, di cui non ci rendiamo conto, di un egoismo intrinseco all’animo umano. Ovviamente superficialità, egoismo, potere, sono sempre esistiti, un tempo più di ora, la corruzione mica è iniziata nel Ventesimo secolo. L’uomo è sempre stato un po’ bestia.
Averne consapevolezza è già un bel passo avanti!
Coprirsi gli occhi con le mani e dire che è naturale e che chi ne fa un problema di stato è un pessimista, un moralista, un misantropo o un pesante, dimostra solo superficialità e incapacità di pensare.

Tornando a quel dolore, ecco che le anime che questo lo riescono a sentire diventano misantrope, si rassegnano alla supremazia della forza altrui e la lasciano contagiare i loro corpi, meditando vendetta, gridando ” Maledetti”!
Ma è più nobile il dolore della rabbia . Da esso deve partire con forza attiva la cura alla passiva impressione che costantemente si riceve.
Bisognerebbe cercare di rischiarare gli altri con quel che si ha dentro, e curare le proprie e altrui ferite con una forza positiva che esprime qualcosa di nuovo e diverso rispetto a quel che ci ha ferito, qualcosa che non ha bisogno d’esser definito forte o debole. E’ la cosa che ci rende uomini e non bestie. E la sua efficacia dipende esclusivamente da noi, e da quanto di nostro ci mettiamo.

Sto parlando della riflessione, della coscienza, della consapevolezza di quel che accade intorno. Intendiamoci: non è il guardare tre telegiornali al giorno che fa di noi esseri pensanti. E’ piuttosto la reazione che abbiamo a una singola notizia, magari anche a un episodio avvenuto per strada. E’ la profondità con la quale riusciamo a percepire che ci migliora: più andiamo a fondo nelle cose, più avremo una visione d’insieme, più riusciremo a capirle. E conoscere le cose intimamente è un po’ come conoscere se stessi. Questo è quanto di più utile si possa fare e forse anche quanto di più difficile per chi non ne è abituato. Poco importa se, per conoscersi si parli con Dio, si legga un libro o si guardi un tramonto. Quel che conta è scoprire in noi stessi quel che ci rende migliori e avere la forza di affermarlo anche all’esterno, senza paura d’esser giudicati, senza paura di sentire più forte quello che prima percepivamo superficialmente.

Non ci sono inferni o paradisi. Ma solo noi con il nostro pensiero e le nostre mani, per poter cambiare.

*Bananauz

>I sentimenti del pensiero

>

“Questo matrimonio non s’ ha da fare”… La celebre frase del Romanzo Italiano per antonomasia suggerisce all’istante come fossero soggiogati, qualche secolo fa, i “poverelli” del borgo al signorotto locale che su loro imponeva la sua egoistica volontà. Inviar bravi a mozzar teste e minacciare curati ora sembra fortunatamente roba d’altri tempi ( per lo meno hic et nunc). Qualcosa da allora è cambiato: una Costituzione sancisce i nostri diritti, è dalla nostra parte. E’ solo un foglio di carta, potrebbe dire qualcuno… ma che carta! Mica un foglio qualunque, mica carta igienica!.. Lì si parla di rispetto e cento altre cose. Ma fondamentalmente di rispetto. Ed è quel che basta. Certo poi l’applicazione dovrebbe esser un po’ perfezionata e proprio chi la dovrebbe difendere, non dovrebbe con tutti i mezzi cercare di calpestarla; ma per il momento, almeno di qualche centimetro, si è andati avanti.
Monarchie e imperi ( Sanremo permettendo) perdono terreno.

E in quelle aule tanto discusse, talvolta capita che, oltre ai privilegi politici, si promulghino leggi che qualcosa di buono portano al basso volgo, di cui, un po’ ovunque, poco ci si cura.

Il paesaggio fuori non esclude allo sguardo violenze, che su ogni territorio in cui l’uomo metta piede, da se stesso vengono compiute, ma, più o meno ipocritamente, allo stesso tempo si cerca un rimedio al danno compiuto.
Guerre, inquinamento, dittature… nella miniera del mondo, più si scava e si indaga, più gemme taglienti vengono alla luce. E se le Miss di Salsomaggiore auspicano la cosiddetta “pace nel mondo”, chi delle pietre affilate ha coscienza, sa che sperare che tutti i problemi mondiali vengano risolti in una decina di congressi è illusorio. Quel che invece si può sperare è che i partecipanti a tali riunioni, al fine di conservare almeno la propria incolumità, realizzino d’esser sull’orlo d’un baratro e non azzardino mosse poco convenienti.

Certo che andando avanti di questo passo, forse quando esploderà il sole, potremmo aver raggiunto una certa condizione di libertà e pace. E per chi al 2012 non ci crede, l’avvenire non si prospetta granché sereno. Il castello incantato, dove regna l’armonia, appare infinitamente lontano per un’umanità procede a passi di formica.

Ovvio. E’ gente che vive. Con tutti i suoi problemi, vuoi che si faccia carico pure di quelli del mondo? O di quelli dell’Italia? E’ già tanto che si impegni nel far firmare una petizione per una problematica a livello comunale.. E dico veramente che è già tanto! Non esiste la bacchetta magica. E l’uomo ha due sole mani.

Due mani che, con un cervello che poco si usa o poco si sa usare, si sono dimenticate delle loro reali potenzialità.
La situazione attuale è quella di un’umanità che non sa pensare o ha dimenticato come farlo. Si è talmente immersi nella realtà che ci si dimentica di progettarla, perché di far questo, dovremmo essere in grado. Si vive il giorno come fosse un’onda da cavalcare, al di là della quale, non sappiamo vedere, appare tanto alta da impedirci di sperare. Ci si gode attimo per attimo ogni sguardo seducente, ogni idea perversa, ogni distrazione che ci permetta di dimenticare cosa c’è oltre l’onda.

E’ drammatico, se ci si pensa seriamente: un uomo che è ancora bestia e che compie il male, che passa la vita a seguire i suoi impulsi, a desiderare ciò che gli altri dicono che è desiderabile. E’ drammatico l’egoismo, non tanto per l’eccesso d’amor proprio, ma quanto per mancanza d’amore verso gli altri, e se non vogliamo chiamarlo “amore”, almeno definiamolo “rispetto”. L’uomo è lupo dell’uomo. Il desiderio si appaga annullando colui che rappresenta l’ostacolo a questa soddisfazione insoddisfacente. Senza esitazione, senza pensiero l’uomo domina i suoi simili e la loro morte lo rende orgoglioso del suo potere.

Quanto dolore c’è nel lasciarsi impressionare negativamente dal mondo. Bastano dei link volgari su Facebook, dibattiti su uteri in affitto, Raffaella Fico mezza nuda e Chiambretti Night. Nel vederli, provo un dolore così grande da sussurrare e urlare dentro “Maledetti”. Non è un dolore immaturo: ogni episodio di violenza richiama tutti gli altri episodi di violenza (più o meno gravi); è per questo che la superficialità e la volgarità ( a tratti) dello show di Chiambretti è così grave.
Il mio intento non è pedagogico, non voglio mostrarvi la “retta via”, criticare ogni manifestazione immorale, richiamarvi a rispettare il buon costume… Ogni episodio ha il suo peso e un programma televisivo non è certo da demonizzare! La tv di per sé non ha colpe, è solo la galleria di un male, di cui non ci rendiamo conto, di un egoismo intrinseco all’animo umano. Ovviamente superficialità, egoismo, potere, sono sempre esistiti, un tempo più di ora, la corruzione mica è iniziata nel Ventesimo secolo. L’uomo è sempre stato un po’ bestia.
Averne consapevolezza è già un bel passo avanti!
Coprirsi gli occhi con le mani e dire che è naturale e che chi ne fa un problema di stato è un pessimista, un moralista, un misantropo o un pesante, dimostra solo superficialità e incapacità di pensare.

Tornando a quel dolore, ecco che le anime che questo lo riescono a sentire diventano misantrope, si rassegnano alla supremazia della forza altrui e la lasciano contagiare i loro corpi, meditando vendetta, gridando ” Maledetti”!
Ma è più nobile il dolore della rabbia . Da esso deve partire con forza attiva la cura alla passiva impressione che costantemente si riceve.
Bisognerebbe cercare di rischiarare gli altri con quel che si ha dentro, e curare le proprie e altrui ferite con una forza positiva che esprime qualcosa di nuovo e diverso rispetto a quel che ci ha ferito, qualcosa che non ha bisogno d’esser definito forte o debole. E’ la cosa che ci rende uomini e non bestie. E la sua efficacia dipende esclusivamente da noi, e da quanto di nostro ci mettiamo.

Sto parlando della riflessione, della coscienza, della consapevolezza di quel che accade intorno. Intendiamoci: non è il guardare tre telegiornali al giorno che fa di noi esseri pensanti. E’ piuttosto la reazione che abbiamo a una singola notizia, magari anche a un episodio avvenuto per strada. E’ la profondità con la quale riusciamo a percepire che ci migliora: più andiamo a fondo nelle cose, più avremo una visione d’insieme, più riusciremo a capirle. E conoscere le cose intimamente è un po’ come conoscere se stessi. Questo è quanto di più utile si possa fare e forse anche quanto di più difficile per chi non ne è abituato. Poco importa se, per conoscersi si parli con Dio, si legga un libro o si guardi un tramonto. Quel che conta è scoprire in noi stessi quel che ci rende migliori e avere la forza di affermarlo anche all’esterno, senza paura d’esser giudicati, senza paura di sentire più forte quello che prima percepivamo superficialmente.

Non ci sono inferni o paradisi. Ma solo noi con il nostro pensiero e le nostre mani, per poter cambiare.

*Bananauz

Il tasto off

I lettori mp3 sono una grande invenzione. Ti permettono di portare sempre appresso la tua musica preferita. Una volta indossate le cuffi e premuto il tasto play i rumori dell’ambiente ed i dialoghi delle persone che ti circondano vengono esclusi, rimani solo tu e la tua scelta musicale. Se imposti il tuo lettore su random, a volte, puoi essere stupito dal caso. A volte infatti può capitare che parta casualmente una canzone che rappresenta perfettamente il contesto in cui ti trovi. Finisci così per associare quella determinata canzone alle sensazioni e all’ambiente che hai vissuto e, riascoltando in un secondo momento quella traccia la tua mente ti catapulterà immediatamente nel passato.
I lettori mp3, come già detto, ti isolano da tutto il resto e questo a volte ti chiude delle porte. Per esempio viaggiando in treno si ha la possibilità di incontrare le persone le più diverse che, se solo non fossi isolato grazie alle tue cuffiette e avessi il coraggio di intavolare un discorso con la persona seduta accanto a te, potresti uscirne arricchito dalla conversazione. Guardando un film son rimasto colpito da questa frase: “la migliore conversazione che farai sarà con un estraneo”. Questa frase mi ha colpito perchè in alcune occasioni ho avuto il coraggio di spegnere la mia musica e ho cominciato a conversare con il compagno di viaggio di turno e, la maggior parte delle volte son state delle conversazioni piacevoli. Fortuna nell’aver incontrato dei buoni interlocutori? Io credo che ognuno la fortuna se la crei da se, bisogna solo avere il coraggio di tanto in tanto di premere il tasto off e trovare un argomento di conversazione.
Matte

>Il tasto off

>

I lettori mp3 sono una grande invenzione. Ti permettono di portare sempre appresso la tua musica preferita. Una volta indossate le cuffi e premuto il tasto play i rumori dell’ambiente ed i dialoghi delle persone che ti circondano vengono esclusi, rimani solo tu e la tua scelta musicale. Se imposti il tuo lettore su random, a volte, puoi essere stupito dal caso. A volte infatti può capitare che parta casualmente una canzone che rappresenta perfettamente il contesto in cui ti trovi. Finisci così per associare quella determinata canzone alle sensazioni e all’ambiente che hai vissuto e, riascoltando in un secondo momento quella traccia la tua mente ti catapulterà immediatamente nel passato.
I lettori mp3, come già detto, ti isolano da tutto il resto e questo a volte ti chiude delle porte. Per esempio viaggiando in treno si ha la possibilità di incontrare le persone le più diverse che, se solo non fossi isolato grazie alle tue cuffiette e avessi il coraggio di intavolare un discorso con la persona seduta accanto a te, potresti uscirne arricchito dalla conversazione. Guardando un film son rimasto colpito da questa frase: “la migliore conversazione che farai sarà con un estraneo”. Questa frase mi ha colpito perchè in alcune occasioni ho avuto il coraggio di spegnere la mia musica e ho cominciato a conversare con il compagno di viaggio di turno e, la maggior parte delle volte son state delle conversazioni piacevoli. Fortuna nell’aver incontrato dei buoni interlocutori? Io credo che ognuno la fortuna se la crei da se, bisogna solo avere il coraggio di tanto in tanto di premere il tasto off e trovare un argomento di conversazione.
Matte

Avere stile costa poco!

STILE [stì-le] n.m. [pl. -i]: 1. la particolare forma in cui si concretizza l’espressione propria di un autore, di un’epoca, di un genere: stile elevato, stile dimesso; lo stile di Dante Alighieri, di Glenn Branca; stile barocco, stile carnascialesco, stile bloomesco / 2. modo abituale di essere, di comportarsi, di esprimersi: è nel suo stile; avere uno stile di merda / 3. eleganza, signorilità, distinzione: vestire con stile; non hai stile! //

* * *

Avere stile costa poco, costa davvero poco. Non passa giorno senza che i nostri parenti, i nostri educatori, i nostri amici più intimi ci confortino con questa folgorante verità. Nemmeno la pubblicità si esime più (forse non l’ha mai fatto) dal compito di indicarci la strada che veloce conduce verso questa redenzione egualitaria. Avere stile costa così poco, dopotutto, che ciascuno di noi è singolarmente chiamato a farsi carico di questa piccola spesa, di questo misero sacrificio. Affinché noi tutti possiamo così distinguerci grazie all’acquisizione di un certo stile. Va da sé che il concetto di stile in questo caso si ricollega, almeno in apparenza, alla terza delle sue definizioni: ciascuno di noi è dunque singolarmente chiamato alla distinzione e all’eleganza, ciascuno è chiamato ad acquisire (ad acquistare) il proprio stile, per rivestire ed abbellire in tal modo la propria vita, sotto pena di ricadere in quell’umanimalità abbietta e informe che per Debord costituisce il fuori del conformismo delle pratiche sociali.
In realtà non si tratta tanto di abbellire la vita, rendendola elegante (alcuni decenni fa, altri avrebbero detto senza eufemismi: “degna di essere vissuta”), quanto di conformarla effettivamente alla particolare forma dell’epoca, ansiosa di incatenare tutto ciò che può costituire nei suoi confronti un affronto, e un resto informe e inassimilabile. Ecco allora che avere stile non è più la promessa di dignità o di distinzione, ma l’ingiunzione rivolta a ciascuno dalla propria epoca, affinché essa si manifesti fin nella carne, o meglio: affinché essa rivesta la carne di ciascuno con i suoi tratti caratteristici e distinti. (Penso ad una recente pubblicità dell’Outlet Village: una donna qualunque, tratti banali, pelle di un grigio monocolore, riceve il proprio splendore e la propria appariscenza grazie ad una serie di accessori colorati che occultano con opulenza la sua impersonalità. E’ forse in questa appariscenza imposta e al tempo stesso desiderata che si connettono la prima, la seconda e la terza definizione, l’eleganza individuale e il respiro suadente dell’epoca.)
Tuttavia l’idea secondo la quale qualcosa come uno stile possa essere acquisita (acquistata) così facilmente non è sempre stata di dominio comune. Ad esempio, secondo Roland Barthes, lo stile nasce dalla natura fisica e dal passato di un uomo o di una donna, i quali si trovano avvolti dal proprio stile più per la sollecitazione dei primi che per una loro intima intenzione. Stile, dunque, inteso nel senso della seconda definizione, come un modo abituale di essere che ricorda tanto una costruzione diroccata ed esposta alle intemperie del tempo, alle ferite degli incontri e degli attraversamenti. Tutto il contrario dunque di questo stile a buon mercato che nasce per coprire e riplasmare la natura fisica, e che colma gli anacronismi e le incongruenze del passato con l’eterno presente bloomesco dell’epoca che lo secerne. Un modo dunque per permettere forzatamente a ciascuno di essere – ossimoro post-moderno – distinto come gli altri, naturalmente a buon mercato, appunto. Avere stile costa poco. Basta un piccolo sacrificio ed eccoci aperta la porta di un nuovo splendore, di quell’unico splendore – acquisito, artificiale, educato – che sappia allontanare gli spettri dell’abbietto e dell’indegno. Di più: avere stile costa talmente poco che quello che ci è richiesto in cambio – in sacrificio – è esattamente ciò da cui vogliamo separarci (nella nostra ingenuità confondiamo così grossolanamente la separazione con la distruzione).
Dopotutto, di quale sacrificio si tratterebbe? Cosa ci verrebbe chiesto di sacrificare per avere in cambio questo stile? Non si tratta certo – per quanto la pubblicità sembri alludere a ciò – di quel poco denaro che, in ogni caso, ci è soltanto dato in prestito. Né tanto meno della nostra forza lavoro, che nostra in un certo senso non lo è mai stata (almeno dal momento in cui è stata definita tale), e così nemmeno questo corpo che sempre più si dà a noi in una modalità comune a ciò che è estraneo ed espropriato (dai poteri, dalle relazioni e dalle tecniche, dall’immaginario, in un certo qual modo – e più radicalmente – anche dalla sua stessa esposizione).
Ecco la questione: a fronte di un corpo sempre più espropriato, la pubblicità allude ad una promessa tanto di appropriazione quanto di appropriatezza. “Abbiate stile!”, e sarete appropriati: tutto questo al costo irrisorio di quel nulla che coincide con ciò che ciascuno ha di proprio. “Abbiate stile!”, e il vostro corpo sarà a voi appropriato, nella misura in cui voi, surrettiziamente, ve ne sarete appropriati (senza tuttavia serbare riguardo per il pericoloso tramite che intercede in questo movimento).
“Abbiate stile!”, e sarete appropriati. In altri termini: e sarete stati appropriati da quel meccanismo indistinto che concede identità solo a patto di renderle ciascuna uguale all’altra nella loro perfetta sostituibilità.
A chi ancora, forse per paura dei comunismi che furono, si chiede ancora se sia preferibile ottenere la libertà o l’uguaglianza, quest’epoca risponde recidendo con spada: “Abbiate stile!”, ed ecco che tutti, come per incanto, otterranno la libertà di essere tutti uguali nella compiutezza della perfetta sostituibilità.

Marco

>Avere stile costa poco!

>

STILE [stì-le] n.m. [pl. -i]: 1. la particolare forma in cui si concretizza l’espressione propria di un autore, di un’epoca, di un genere: stile elevato, stile dimesso; lo stile di Dante Alighieri, di Glenn Branca; stile barocco, stile carnascialesco, stile bloomesco / 2. modo abituale di essere, di comportarsi, di esprimersi: è nel suo stile; avere uno stile di merda / 3. eleganza, signorilità, distinzione: vestire con stile; non hai stile! //

* * *

Avere stile costa poco, costa davvero poco. Non passa giorno senza che i nostri parenti, i nostri educatori, i nostri amici più intimi ci confortino con questa folgorante verità. Nemmeno la pubblicità si esime più (forse non l’ha mai fatto) dal compito di indicarci la strada che veloce conduce verso questa redenzione egualitaria. Avere stile costa così poco, dopotutto, che ciascuno di noi è singolarmente chiamato a farsi carico di questa piccola spesa, di questo misero sacrificio. Affinché noi tutti possiamo così distinguerci grazie all’acquisizione di un certo stile. Va da sé che il concetto di stile in questo caso si ricollega, almeno in apparenza, alla terza delle sue definizioni: ciascuno di noi è dunque singolarmente chiamato alla distinzione e all’eleganza, ciascuno è chiamato ad acquisire (ad acquistare) il proprio stile, per rivestire ed abbellire in tal modo la propria vita, sotto pena di ricadere in quell’umanimalità abbietta e informe che per Debord costituisce il fuori del conformismo delle pratiche sociali.
In realtà non si tratta tanto di abbellire la vita, rendendola elegante (alcuni decenni fa, altri avrebbero detto senza eufemismi: “degna di essere vissuta”), quanto di conformarla effettivamente alla particolare forma dell’epoca, ansiosa di incatenare tutto ciò che può costituire nei suoi confronti un affronto, e un resto informe e inassimilabile. Ecco allora che avere stile non è più la promessa di dignità o di distinzione, ma l’ingiunzione rivolta a ciascuno dalla propria epoca, affinché essa si manifesti fin nella carne, o meglio: affinché essa rivesta la carne di ciascuno con i suoi tratti caratteristici e distinti. (Penso ad una recente pubblicità dell’Outlet Village: una donna qualunque, tratti banali, pelle di un grigio monocolore, riceve il proprio splendore e la propria appariscenza grazie ad una serie di accessori colorati che occultano con opulenza la sua impersonalità. E’ forse in questa appariscenza imposta e al tempo stesso desiderata che si connettono la prima, la seconda e la terza definizione, l’eleganza individuale e il respiro suadente dell’epoca.)
Tuttavia l’idea secondo la quale qualcosa come uno stile possa essere acquisita (acquistata) così facilmente non è sempre stata di dominio comune. Ad esempio, secondo Roland Barthes, lo stile nasce dalla natura fisica e dal passato di un uomo o di una donna, i quali si trovano avvolti dal proprio stile più per la sollecitazione dei primi che per una loro intima intenzione. Stile, dunque, inteso nel senso della seconda definizione, come un modo abituale di essere che ricorda tanto una costruzione diroccata ed esposta alle intemperie del tempo, alle ferite degli incontri e degli attraversamenti. Tutto il contrario dunque di questo stile a buon mercato che nasce per coprire e riplasmare la natura fisica, e che colma gli anacronismi e le incongruenze del passato con l’eterno presente bloomesco dell’epoca che lo secerne. Un modo dunque per permettere forzatamente a ciascuno di essere – ossimoro post-moderno – distinto come gli altri, naturalmente a buon mercato, appunto. Avere stile costa poco. Basta un piccolo sacrificio ed eccoci aperta la porta di un nuovo splendore, di quell’unico splendore – acquisito, artificiale, educato – che sappia allontanare gli spettri dell’abbietto e dell’indegno. Di più: avere stile costa talmente poco che quello che ci è richiesto in cambio – in sacrificio – è esattamente ciò da cui vogliamo separarci (nella nostra ingenuità confondiamo così grossolanamente la separazione con la distruzione).
Dopotutto, di quale sacrificio si tratterebbe? Cosa ci verrebbe chiesto di sacrificare per avere in cambio questo stile? Non si tratta certo – per quanto la pubblicità sembri alludere a ciò – di quel poco denaro che, in ogni caso, ci è soltanto dato in prestito. Né tanto meno della nostra forza lavoro, che nostra in un certo senso non lo è mai stata (almeno dal momento in cui è stata definita tale), e così nemmeno questo corpo che sempre più si dà a noi in una modalità comune a ciò che è estraneo ed espropriato (dai poteri, dalle relazioni e dalle tecniche, dall’immaginario, in un certo qual modo – e più radicalmente – anche dalla sua stessa esposizione).
Ecco la questione: a fronte di un corpo sempre più espropriato, la pubblicità allude ad una promessa tanto di appropriazione quanto di appropriatezza. “Abbiate stile!”, e sarete appropriati: tutto questo al costo irrisorio di quel nulla che coincide con ciò che ciascuno ha di proprio. “Abbiate stile!”, e il vostro corpo sarà a voi appropriato, nella misura in cui voi, surrettiziamente, ve ne sarete appropriati (senza tuttavia serbare riguardo per il pericoloso tramite che intercede in questo movimento).
“Abbiate stile!”, e sarete appropriati. In altri termini: e sarete stati appropriati da quel meccanismo indistinto che concede identità solo a patto di renderle ciascuna uguale all’altra nella loro perfetta sostituibilità.
A chi ancora, forse per paura dei comunismi che furono, si chiede ancora se sia preferibile ottenere la libertà o l’uguaglianza, quest’epoca risponde recidendo con spada: “Abbiate stile!”, ed ecco che tutti, come per incanto, otterranno la libertà di essere tutti uguali nella compiutezza della perfetta sostituibilità.

Marco

>L’elevazione spirituale dei salumi

>

Per cominciare spieghiamo anche a chi il “GiEffe” non l’ha visto chi è il protagonista dell’articolo.
Lasciamoci incantare da quest’essere superiore: l’aspetto d’uomo primitivo può ingannare: nel suo cuore, infatti, ermetiche emozioni (ci saranno?), esemplificate da gesta tipiche del vero cavaliere: eleganza, cortesia, eloquenza; e chi più ne ha più ne metta! La nobile “rassa veneta” vive dei suoi modi così espressivi, si riconosce nel salumiere, rendendolo emblema dell’homo faber. I suoi difetti diventano pregi agli occhi della plebaglia maccaronica, che si esalta nell’affermazione della sua supremazia sugli altri concorrenti della casa. E’ proprio il caso di dire, a questo punto, “homo homini lupus”, sbraniamo i capetti, sottomettiamo le femminucce. Perché di questo ha vissuto il nostro compatriota. Inizialmente, quel tipo così spontaneo piaceva anche a me; a una settimana dall’inizio, infatti, già si riconoscevano leader (e rispettive concubine), tra i quali spiccavano il “Principe” George, incapace di formulare una frase di senso compiuto e il palestrato Massimo, al quale dobbiamo la scoperta della differenza tra “donna” e “femmina” in una teoria tutta femminista e attuale. Capite bene che per un essere, direi, normale, come me, il Mauro salumiere che ghigliottinava principi e principesse, incalzandoli con battute e scherzi ingegnosi, riportava un senso di parità e quasi normalità nella casa e i galletti, a suon di “pio pio”, abbassavano la cresta. Tralascio ora tutte le altre dinamiche interne che a livello morale poco importano. Focalizzando su Mauro lo vediamo intento a provarci con Sarah e Veronica, con modi talvolta scherzosi, talvolta volgari, affinché l’unico obbiettivo della sua vita sia raggiunto e il suo desiderio venga appagato. All’entrata, nell’emulazione dell'”appoggiatore”, si struscia rudemente su un’ambigua Veronica (che non si capisce se più ci goda o più si senta punta nell’orgoglio). Gesti del genere non rimangono isolati e, senza Massimo tra i piedi, tenta di sottomettere, con modi primitivi, Veronica e Sarah nella camera, ( come abbiamo potuto vedere grazie alla Gialappa’s) simulando un’orgia. Serve altro? Il Sior Mauro, con modi degni degli Stilnovisti ha reso perfettamente l’idea di un amore platonico, che eleva la donna a creatura divina e cerca di innalzarsi spiritualmente. Siamo ben lontani dall'”amor carnale” che i giovinastri d’oggi propinano nelle canzoni! Un corteggiamento all’insegna della virtù e del puro sentimento. Solo Romeo, forse, avrebbe saputo far di meglio. Per il resto, che dire.. A tutti quelli che andranno a vederlo in discoteca auguro di passare una felice serata, sorvegliata dagli occhi intensi del Profeta, condita d’alcool e nutrita d’urli e sana musica house. E se passate in quel di Treviso(?) nell’anno del Giubileo, sfiorando le sacre pietre di quella grotta gelida, dedicate almeno un pensiero al nostro Mauro, che ha portato la cultura veneta fuori della Padania. E infine, dedicate un attimo a voi stessi, i più, incapaci di scrivere da sé la propria Bibbia.
(Bananauz)

L’elevazione spirituale dei salumi

Per cominciare spieghiamo anche a chi il “GiEffe” non l’ha visto chi è il protagonista dell’articolo.
Lasciamoci incantare da quest’essere superiore: l’aspetto d’uomo primitivo può ingannare: nel suo cuore, infatti, ermetiche emozioni (ci saranno?), esemplificate da gesta tipiche del vero cavaliere: eleganza, cortesia, eloquenza; e chi più ne ha più ne metta! La nobile “rassa veneta” vive dei suoi modi così espressivi, si riconosce nel salumiere, rendendolo emblema dell’homo faber. I suoi difetti diventano pregi agli occhi della plebaglia maccaronica, che si esalta nell’affermazione della sua supremazia sugli altri concorrenti della casa. E’ proprio il caso di dire, a questo punto, “homo homini lupus”, sbraniamo i capetti, sottomettiamo le femminucce. Perché di questo ha vissuto il nostro compatriota. Inizialmente, quel tipo così spontaneo piaceva anche a me; a una settimana dall’inizio, infatti, già si riconoscevano leader (e rispettive concubine), tra i quali spiccavano il “Principe” George, incapace di formulare una frase di senso compiuto e il palestrato Massimo, al quale dobbiamo la scoperta della differenza tra “donna” e “femmina” in una teoria tutta femminista e attuale. Capite bene che per un essere, direi, normale, come me, il Mauro salumiere che ghigliottinava principi e principesse, incalzandoli con battute e scherzi ingegnosi, riportava un senso di parità e quasi normalità nella casa e i galletti, a suon di “pio pio”, abbassavano la cresta. Tralascio ora tutte le altre dinamiche interne che a livello morale poco importano. Focalizzando su Mauro lo vediamo intento a provarci con Sarah e Veronica, con modi talvolta scherzosi, talvolta volgari, affinché l’unico obbiettivo della sua vita sia raggiunto e il suo desiderio venga appagato. All’entrata, nell’emulazione dell'”appoggiatore”, si struscia rudemente su un’ambigua Veronica (che non si capisce se più ci goda o più si senta punta nell’orgoglio). Gesti del genere non rimangono isolati e, senza Massimo tra i piedi, tenta di sottomettere, con modi primitivi, Veronica e Sarah nella camera, ( come abbiamo potuto vedere grazie alla Gialappa’s) simulando un’orgia. Serve altro? Il Sior Mauro, con modi degni degli Stilnovisti ha reso perfettamente l’idea di un amore platonico, che eleva la donna a creatura divina e cerca di innalzarsi spiritualmente. Siamo ben lontani dall'”amor carnale” che i giovinastri d’oggi propinano nelle canzoni! Un corteggiamento all’insegna della virtù e del puro sentimento. Solo Romeo, forse, avrebbe saputo far di meglio. Per il resto, che dire.. A tutti quelli che andranno a vederlo in discoteca auguro di passare una felice serata, sorvegliata dagli occhi intensi del Profeta, condita d’alcool e nutrita d’urli e sana musica house. E se passate in quel di Treviso(?) nell’anno del Giubileo, sfiorando le sacre pietre di quella grotta gelida, dedicate almeno un pensiero al nostro Mauro, che ha portato la cultura veneta fuori della Padania. E infine, dedicate un attimo a voi stessi, i più, incapaci di scrivere da sé la propria Bibbia.
(Bananauz)

>Tabula rasa

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Sms, messenger, chat, skype, son tutti strumenti di scrittura istantanea che, per quanto piacevole sia avere subito una risposta immediata, toglie quel godimento che c’è nel pensare a come scrivere una mail. La mail, pur rimanendo una tecnologia avanzata, mantiene ancora quel fascino retrò della lettera. Con la posta elettronica hai tutto il tempo a disposizione per scegliere come strutturare il pensiero che vuoi comunicare. Hai il tempo per ponderare le parole che esprimono con sufficiente forza il tuo pensiero. Una volta finito di scrivere e premuto il tasto invio inizia poi la tensione. Tensione dovuta al timore che l’email sia effettivamente arrivata, timore nella risposta del tuo interlocutore. Un timore comunque piacevole perché è comunque un sentimento, una sensazione che ti fa sentire vivo, che di desta da quel dormiveglia che ti “impone” la società.
Con i mezzi di messaggistica istantanea tutto ciò è precluso. La mancanza di tempo potrebbe portarti a sbagliare, il tuo pensiero potrebbe esser mal elaborato e frainteso dal ricevente e ciò potrebbe rivelarsi fatale. Infatti le relazioni son molto fragili, basta una piccola incomprensione ed il sasso diventa valanga, se prende velocità è meglio battere in ritirata piuttosto che restar fermo e cercar di galleggiare su ciò che ti viene addosso. La fuga è più semplice che affrontare le conseguenze. La società moderna non ha più voglia di impiegare del tempo per rimediare agli errori commessi, cerca di far finta che non sia successo nulla o cerca di cancellare direttamente il pensiero dell’accaduto. Cancellare il pensiero delle difficoltà è la via di fuga più breve e facile perché non devi stare ad impegnarti a pensare a cosa fare o cosa dire per recuperare il rapporto. Posare lo sguardo su nuovi orizzonti ti da la possibilità di reinventarti, ripartire da zero ti da la possibilità di costruire delle nuove fondamenta, nella speranza che siano belle solide che riescano a reggere il peso di un’eventuale futura incomprensione perché tanto prima o poi sai che questa dovrà arrivare e quando ciò accadrà, anche se ciò che hai costruito sembra solido, scapperai per paura dell’urto. E di nuovo tabula rasa alla ricerca di nuove persone con cui relazionarsi e poi fuggire alle prime difficoltà.

Matte