Il passo lungo del camminatore

Siamo fatti per camminare. Camminando ci muoviamo e siamo asceti, camminando. Possiamo camminare in tanti modi, solo uno è il passo del camminatore. Possiamo passeggiare, svagati, a passo indeciso, lento, anche rilassato, ma non è questo il passo del camminatore. Possiamo andare rapidi, come un impiegato nervoso, che pianta i piedi ad ogni passo perforando la pietra del marciapiede, ma non è questo il passo del camminatore. Possiamo andare in montagna, decisi verso l’altezza o lungo un sentiero che curva sul prato, con passo fermo e veloce, sicuro e convinto, ma dove stiamo andando? E’ un passo che è un gioco, non è questo il passo del camminatore. Non sono passi del camminatore le marce, il passo dell’oca, i passi doppi, impostati, incrociati, niente di tutto questo è il passo del camminatore; solo uno è il passo del camminatore. E’ il passo lungo e naturale di un camminatore zingaro millenario che gira le città come il contadino i campi, il montanaro le montagne. E’ un passo evidente in sé che quando lo vedi lo riconosci. Allora dici: quello è un camminatore e hai un brivido sulla schiena, perché un camminatore è la cosa più potente che un uomo possa essere e quello che un camminatore può fare è tutto; quello che un camminatore può fermare è niente. Quello che tu sai di un camminatore è niente, quello che puoi immaginare è niente, puoi solo guardare e aspettare; se non hai il passo del camminatore puoi avere tutto e lo perderai.

Paugan

AH AH!

-Ancora non ti stufi a giocare con me.
-Perché dovrei, sei un buon giocatore.
-Sì ma vinci sempre, insomma, io al tuo posto avrei già smesso da un po’…a meno che non continui perché ti faccio un po’ pietà, per farmi piacere. Lo dici anche tu che il “Sistema Colle” è un’apertura da pensionati
-In effetti per giocare seriamente a scacchi dovresti imparare qualcosa di meglio, di meno noioso soprattutto. Che vuoi, te l’ho detto più volte che potremmo studiare qualcosa assieme ma tu devi sempre lavorare, mille riunioni, non riusciamo quasi neanche a cenare in pace in famiglia che c’è sempre qualche tuo collega con cui devi discutere dell’ennesimo affare per l’ennesima occasione e bla bla bla. Forse preferisci giocare con i tuoi soldatini.
Sguardo malizioso di lei
-I miei soldatini…non c’è neanche più gusto a mandarli a morire. Una volta poteva essere stimolante studiare dei sistemi per assoggettarli psicologicamente, ora è tutto così facile. Una siringa basta per iniettare un microchip grande meno di granello di sabbia e sono più automi di prima. Ripeto, non c’è gusto. Tocca a te.
– Muovo la torre in e8. Come non c’è gusto, è esattamente come stai facendo ora con me. No?
-Non proprio. Ancora meno variabili casuali, i pezzi sono acora più vuoti. Ma sai cosa faccio: ogni tanto li spengo, così, per destabilizzarli un po’. Giusto quel tanto che basta per creare un po’ di confusione. E per ricordarmi che sono l’unico a non avere subito l’iniezione.
-Ahaha, l’unico, chiaro. In effetti anche essere adulati da robot non deve essere molto gratificante.
Lei sogghigna
-Oh, no ma loro mi adorano ancor di più quando li spengo, sai. O meglio, non li spengo, li sospendo. Li chiamo i “Parzialmente Sospesi“. Riesco ad eccitarli a volte quasi di più quando non sono attivati i microchip. Una volta ne ho ricevuto uno che mi ha detto che…
-Sì, sì, so già la storia. Me l’hai raccontata mille volte. Muovi va
-Che prosaica. Uff. Pedone in e4
-Ardito.
Continuano la partita
Lui comincia a sentire qualcosa di strano dentro di sé e lo comunica alla moglie
Lei lo guarda. Poi parla d’altro
– Nostro figlio sta mangiando troppo in questo momento.
Nostro figlio sta correndo troppo in questo momento.
Chiamo la maestra
Il malessere di lui peggiora
-Oh dove stai andando, rimani qui a finire la partita
-Beh sto male, cerco qualche pastiglia da prendere
-Tu ora muovi
-Mi suona come un “tu ora muori”, amore
-Hai fame ora?
-Ora mi è venuta fame
-Hai sete ora?
-In questo esatto istante, ora che me l’hai detto, mangerei. Sì ho fame
-Muovi, non fare il bambino
-Mi suona sempre più come un “muori”
-Ma smettila di fare la vittima. Ora devo andare a prendere il marmocchio, ne sta combinando troppe in questi giorni, non ha ancora imparato che non si disobbedisce alla mamma
-Ma resta, ti prego, resta con me, lascialo a scuola!
Lui si piega per i crampi alla pancia
-E tuo figlio? Non vedi che razza di succo di frutta sta bevendo? Sguardo stizzito di lei
-Sto male Sguardo allucinato di lui
-No, tu non stai male, semplicemente non hai voglia di accompagnarmi. Sguardo accusatore di lei, sguardo anche un po’ compiaciuto
-Sto male, davvero
Strascica le parole
-Io esco. Sguardo soddisfatto di lei
-Non riesco a muovermi.
-Non ti preoccupare, amore. E’ tutto sotto controllo.

Ada

Anche se vien giù la tempesta

Selvaggi sulle colline si arrampicano, discendono, si disperdono tra i cipressi rimanendo per sempre visibili dalle case più base, lungo il fiume. Ombre oscurate al riparo dal sole tra le fronde. Poi, avvolti in corti grembiuli neri, corrono gli abitanti delle torri in numerose processioni pomeridiane; inseguono apparizioni di animali che, portati dal vento, sconvolgono i cespugli come temporali. L’uomo al tamburo sta fermo al pioppo che divide il colle, tra settentrione e meridione, in due discese tremende, alla campagna, ai ponti.

Il popolo della città abita silenziosamente, con i suoi fabbricati e le sue opere, le ore soleggiate del giorno, che la notte è ferma ed è dominata dalle case senza più luci.
Le pareti nei vicoli sono un lontano ricordo delle mura altissime sui colli, dove ogni istante percorrono, vigilanti identici alle prime avventuriere della pianura, così abituali al cammino sulle strade dei raccolti.
Sembra possibile confondere un passante con un altro, così come una torre all’altra, così come un ora con quella dopo.

Immoto pomeriggio e curve di case, mai troppo elevate, tra balconi a cui s’affacciano le governanti issate sul lento lavorio del giorno. Tavole riempite e svuotate, oggetti spostati e rimessi al loro posto, divise tolte, piegate e riaperte, prima che la notte fermi ogni cosa.

Ci sono gruppi di persone che a gruppi, a collettivi, camminano urlanti nella contrada del fiume. Bandiere nere s’aprono e s’innalzano, con i tumulti, scale e pulpiti e promontori, affatto diversi dal quotidiano farsi e disfarsi delle intenzioni. Il profeta calvo discute con i figli: di leoni che della preda fanno pasto. Ad un cenno di costui, tutti i cuori sono unanimi e combattenti: c’è da avanzare innanzi al nemico, come eroi che in schiere son tutti uguali e tutti valorosi.
La muta si compone e si muove a passo lesto, con le bandiere, gli araldi e le armi pronte. Cento leoni aizzati.

Dalle torri s’avvista tempo di burrasca e le vedette urlano nei canaloni che scendono a valle: corrono tutti, fuggono dal fiume e dalla contrada oltre i ponti. E così le belve perdono il loro comandante, caduto a terra dopo uno sbandamento dei fratelli. In pochi momenti, la piazza è svuotata, prima del notturno, tra le ali che formano lo spazio perduto del deserto.

Pare che a Verona, tra cornicioni e ringhiere, accrescano in urti e in mucchi, individui in corsa con bandiere nere sulla schiena. Il carro che sostenne il comando, è lanciato solitario, nel luogo dove la tempesta è più forte. E che nemmeno le tettoie riparino i credenti che lo seguono in lunghi balzi.

Tettoia

Terzo piano

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Matteo se ne sta seduto nel divano, come uno che deve prendere una qualche decisione importante. Il divano guarda il mobile e il muro che ci sta dietro, Matteo guarda un piattino di dieci centimetri di diametro sul proprio sostegno, il piattino è storto, gli dà fastidio come per i quadri, sul piattino c’è l’immagine di una città, sopra un nome. Il corpo è affossato nel divano, Maria va avanti indietro nella stanza facendo le sue cose. Ad un certo punto Matteo fa un grosso sospiro, di quelli che quando arrivi in cima al fiato il cuore ha un sussulto, forse spinto dal polmone dilatato o forse chissà. Forse non è il cuore, ma il polmone che spinge sulla cassa toracica. Finito il sospiro Maria è ancora lì che va avanti indietro. Per un attimo Matteo ci ha sperato. Ma non è successo. Nella stanza manca un orologio a muro, si sente che manca perché l’orecchio lo cerca, in compenso ci sono i passi pesanti di Maria (è leggera però lei) e le sue soste al tavolo, Matteo suppone, visto che non la vede, dalla sedia che si sposta, l’allontanarsi per un luogo remoto oltre la porta e il suo tornare. Ineluttabile. Matteo pensa a questo. Ineluttabile. Il viso si contrae in una smorfia misurata, Maria respira e si muove, manca un orologio nella stanza, Maria non vale un orologio. Quando poi si siede è silenzio completo. Dentro. Tra una macchina e un’altra è silenzio. Da dentro. Da fuori no. Le macchine passano irregolari e fanno diversi rumori, poi i motorini, qualche camion. Non sono prevedibili, per cui distolgono. Matteo cerca di allontanarle da sé, ma più ci pensa più le sente dentro, le sente passare da un orecchio all’altro, dentro la testa (e sentirle è niente, è collegare al rumore qualcosa, che frega). Come si fa a decidere qualcosa in queste condizioni? Maria tossisce, Matteo cerca di dire qualcosa; le prime parole gli muoiono nella gola secca.
“Che palazzo strano. C’è un tizio che si chiama Montale. L’avevi notato? Sta su credo, al piano delle famiglie proprietarie. E’ sposato con una che si chiama Mereghetti. Come fai a chiamarti Montale? Credo anche di averlo visto l’altro ieri. Non poteva che essere lui. Già.” Silenzio. Maria sembra alzarsi dalla sedia diversamente che prima. I passi si allontanano verso il balcone, apre la porta ed esce. Entra rumore più forte, Matteo non può resistere, si volta. “Che c’è?” “Si sono fermati i Carabinieri sotto casa… Stanno andando all’altro ingresso.” “Lasciali perdere. Ti stavo dicendo” “Avevi finito” “Ti stavo dicendo di Montale e la Mereghetti, ma non sembra che ti interessi” “Non mi interessa”.
Matteo torna a guardare il piattino, ma adesso non funziona più. “Prima stavo salendo dal garage, avevo appena messo via la bicicletta, ero piuttosto stanco, oggi fa caldo, ero un po’ storno, stavo salendo le due rampe di scale” “Scusa” “Che c’è?” “I carabinieri non hanno trovato chi cercavano. Stanno tornando in auto, ma non sembra che vogliano andar via. Ci sono anche i vicini sul balcone”. Le parole arrivano rotte dal rumore di fuori. “Ma mi ascolti o ti interessa solo di quei due lì sotto”. “Sono più di due”.
“Ero in cima alla seconda rampa di scale quando si apre l’ascensore ed esce quella ragazza carina che sta sua dalle famiglie, chissà forse è la figlia di Montale. Sarebbe divertente. Non so. Ci siamo quasi incrociati, dico quasi perché invece che passarla mi sono messo davanti a lei, l’ho fermata e l’ho salutata.” “Vengono di qua.” “L’ho salutata. Le ho chiesto come sta. Le ho detto che fa caldo. Poi le ho chiesto se le serve qualcosa. Mi sembrava affaticata, le ho sfiorato la mano, verso il polso, mi ha passato quasi di corsa, è uscita dalla porta e sono salito”. Il silenzio di dentro viene rotto violentemente dal campanello e il piccolo video sul citofono si accende. Il riflesso della lampadina sul piattino di dieci centimetri di diametro per un attimo si oscura, come se qualcuno avesse intercettato la traiettoria. “Vai tu ad aprire?”
Paugan

Fondamenta Sant’Angelo

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Sull’ultimo ciglio del lago oscuro
stanno case dipinte che mai
furono abitate.
E i locandieri dissepolti
nelle fondamenta dove adornano le onde
riparano ogni notte nelle
cantine, dagli urli dei gabbiani
della Laguna.
In calle Larga della Chiesa in Saca
i ripiani di luci e terrazze
s’incastrano tra i rami ad una
stella cometa distante.
Calle Larga dei Lavraneri.
Fra fili tesi nei ponti
sciacquano di mareggiate
i marmi chini del canale
secondini a riposo di notte.
Rughe

Con la luna piena

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Quella sera il tramonto aveva colorato l’Adige, ca era nu pantànu d’acqua róssa. Assunta si aggirava tranquilla dalle parti di Ponte Pietra, sperando di incontrarlo, di conoscerlo. In realtà, si sarebbe accontentata di guardarlo da lontano, di amarlo da lontano. Voci le avevano raccontato la sua clandestinità, il suo camminare leggero per rendersi invisibile ad occhi giudicanti, i suoi vestiti anonimi per non catturare l’attenzione di persone ostili. Non aveva idea di quale fosse il suo paese di provenienza. Sai che a 20 metri in linea d’aria da casa mia abitava una signora che trovarono morta massacrata sulle scale della cantina? Le piacevano i suoi capelli nerissimi, gli occhi che poche volte era riuscita ad incontrare con i suoi (abbassandoli subito per l’imbarazzo), la corporatura un po’ smilza per i pasti saltati, la bicicletta da oliare con cui girava per il centro. Festività s.f., invar. – CALENDARIO Giorno di festa in cui si celebra solennemente una ricorrenza religiosa o civile S festa, ricorrenza, vacanze (pl.): le festività natalizie; la festività del primo maggio. 
Si diceva che volesse volare ma non ci riuscì, e non so per quale motivo…fu così che si fracassò sulle scale. Non so se sia vero, comunque io ero piccolo quando lei era viva. Ad un certo punto apparve e si diresse proprio verso di lei. No, non si fermò, la guardò solamente per qualche istante e proseguì. Si fermò invece poco dopo. Si voltò e le fece cenno di avvicinarsi. Quindi successe realmente, più o meno una quindicina di anni fa e il figlio, attualmente vivo, ha modi barbari, è un personaggio particolare… si dice ancora che la madre fosse una janara. Scopa s.f. – UTENSILI Attrezzo per la pulizia dei pavimenti, costituito da un mazzo di filamenti in fibre naturali o sintetiche, fissato all’estremità di un lungo manico: prendi la scopa e aiutami a pulire il salotto. Assunta non sapeva nemmeno il suo nome, ma con estrema lentezza mosse un piede, poi l’altro, camminando con le gambe rigide per la tensione: e ‘ddrà l’aspittàva lu Cifru, cu li ccòrna lòngh’e tturciniàti e l’uócchji lucènt com’a lu ffuócu, ca pareva nu zurru viécchju; la ‘ncarzàva a lu trittu e la faceva cacà lu ssale*, senza alcun riguardo. Li arrestarono. Ma capirono che era meglio rilasciarli. La notizia del suo decesso ha fatto scalpore ma poi è morta lì. Le janare sono le streghe, si dice così nel nostro dialetto. Parecchie persone anziane qui, almeno fino a quando facevo le scuole medie, mettevano i chicchi di sale o una scopa davanti alla porta la sera, prima di andare a letto. Si diceva le janare entrassero in casa e si accanissero contro i neonati, storcendo loro i piedi e impedendone la crescita . Criniera s.f. ZOOLOGIA La frangia dei peli pendenti dal margine superiore del collo del cavallo e di altri animali, in particolare del leone maschio: il cavallo, nitrendo, scuoteva la criniera. Il giorno dopo si ripetè la scena. Non li arrestarono. Erano liberi di fare, con un guinzaglio al collo. Dovevano ringraziare, e ringraziare. Si amavano deturpati nelle loro azioni, loro che avevano osato oltrepassare i confini. Lui quelli terreni, geografici, lei quelli divini. O forse il contrario. O forse entrambi. Però ora potevano tutto, con un ago nel fegato. “Grazie, mio Signore”. Assunta era nata nella notte di Natale, e solo una maledizione poteva accogliere tutte le persone nate in quel momento, il momento dedicato esclusivamente a Cristo. Con il sale e la scopa non c’era pericolo: le streghe infatti dovevano contare i granelli di sale e i filamenti della scopa per intero prima di entrare, ma non riuscendoci mai prima dell’alba restavano fuori. Assunta era una creatura del male, una puttana sorella dei lupi mannari che calpestava ostie cu la luna chjéna. E faceva l’amore col diavolo, col diverso, un essere dalla fisionomia animalesca. Le piaceva inoltre, perversa, intrecciare le criniere dei cavalli. Era solita farlo anche a Verona, in ricordo del suo paese natìo beneventano. Non metteva il sale nell’impasto per il pane, “sciocco” come la sua vita da quel giorno. L’accuntàvun’a tiémp’antichi li viécchji di lu paese.
Giovanna Fucci
*”E là l’aspettava Lucifero, con le corna lunghe e attorcigliate e gli occhi lucenti come il fuoco, che sembrava un vecchio caprone, poi la metteva allo stretto e se la montava”

Le violenze razziste, la strage di Firenze, le responsabilità di CasaPound

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Pietro Grossi, scrittore fiorentino, scrive sul Corriere della Sera del 14 Dicembre che “il razzismo in Italia non esiste” e che il duplice assassinio di Firenze “è da ritenersi il gesto di un pazzo, non di un invasato razzista”. Scrive ancora che “il razzismo, quello vero, è un’altra cosa” e che “appiccicare alla strage di Firenze il cartellino di razzismo, significa contribuire all’esistenza del razzismo stesso”.
Il giorno precedente, lunedì, Gianluca Casseri, militante di CasaPound (associazione i cui membri e simpatizzanti si definiscono fascisti del terzo millennio, e le cui aggressioni di stampo politico, omofobo e razzista si succedono sin dall’anno della sua nascita), autore di scritti deliranti sulla razza bianca, antisemita e negazionista, aveva ucciso a colpi di pistola due ragazzi senegalesi, ferendone altri tre nella sparatoria, per poi suicidarsi nella sua auto.
Circa una settimana prima, a Torino, il campo nomadi della Continassa era stato dato alle fiamme per vendicare il presunto stupro di una ragazzina, che aveva indicato genericamente alcuni “zingari” come i responsabili dell’accaduto. Poco dopo la ragazzina avrebbe confessato che si era inventata tutto.
Quattro giorni dopo la strage di Firenze, a Verona, quattro ragazzini aggrediscono un tredicenne srilankese, prima spintonandolo, poi colpendolo con una spranga di ferro, ed infine versandogli addosso della birra da una bottiglia. Il giorno prima si erano rivolti al ragazzino con insulti razzisti.
A questo punto, bisogna innanzitutto capire che tipo di stupefacente avesse assunto Grossi prima di scrivere l’articolo, ma soprattutto (e l’analisi dell’articolo preso in considerazione serve proprio a questo) bisogna chiedersi per quale motivo, anche dopo gli ennesimi fatti di cronaca di questo tipo, una grossa fetta dell’opinione pubblica la pensi ancora come lo scrittore fiorentino, derubricando tali orrori come semplici ed imprevedibili atti di follia, che nulla hanno a che vedere con una “vera” violenza razzista.
Inoltre, nel caso specifico dei fatti di Firenze, il responsabile della strage non si può affatto definire una persona isolata dal mondo esterno, in quanto militante di un gruppo (CasaPound) che in questi ultimi anni (sul sito ideodromocasapound.org) aveva accolto a braccia aperte i suoi deliranti contributi “intellettuali” (Gianluca Iannone, leader di CasaPound, in un’intervista di Lucia Annunziata definisce Casseri proprio un intellettuale). Quindi, sostenere che il duplice assassinio è da considerare semplicemente il “gesto di un folle” (parole, queste, anche del sindaco di Firenze Matteo Renzi), significa chiudere gli occhi anche su questa realtà, la quale, mascherandosi da Associazione di Promozione Sociale, veicola e si fa portatrice di ideologie di chiara (e rivendicata) ispirazione fascista, che presentano, al loro interno, tutte le peggiori declinazioni e mitologie derivanti dal mondo dell’estrema destra.
Come scrive Saverio Ferrari sul Manifesto: “Ieri notte da Roma è stata indirizzata a tutti i responsabili locali di CasaPound la seguente email: «Comunicazione interna urgente e riservata. Fare quadrato ora significa: negare la sua (di Casseri, ndr) appartenenza al movimento, cancellare ogni traccia, stare zitti e far parlare solo i dirigenti autorizzati». Troppo tardi.”
Chopin Hauer

Bernardo

>Nel pomeriggio mentre lavoravo al computer mi arrivò una telefonata di Claudia.
• Si?
• Ciao bello, volevo invitarti stasera per una cenetta tranquilla..siamo in una decina di persone, verresti? –
• Si, ok. Porto una bottiglia di vino. Bianco o rosso? –
• mm, rosso. Ultimamente preferisco il rosso. –
• Bene, a che ora? –
• Per le 8,30. –
• Perfetto. A dopo. –
• Ciao. –
• Ciao. –

Finì il lavoro al computer e avvolgendomi nella mia enorme sciarpa grigia, mi recai al supermercato sotto casa per comprare una bottiglia di vino. Entrando salutai il ragazzo indiano che stava alla cassa poi mi lanciai deciso nel reparto vini. Pur essendo un piccolo supermercato perdevo sempre un sacco di tempo per decidere cosa comprare. Eppure aveva quattro vini in croce, e tutte le volte stavo lì impalato di fronte agli scaffali mentre tutti quelli dietro di me mi urtavano delicati sussurrandomi “mi scusi”, “ permesso” mentre io ero indeciso tra il Custoza e il Nero d’avola dei quali conoscevo benissimo sia la qualità che il prezzo quindi la mia indecisione era totalmente priva di senso.
Alla fine optai per il Nero d’Avola. Recandomi alla cassa notai che il ragazzo indiano che aveva sempre un sorriso per tutti, stavolta mi guardava un po’ affranto.
• Salve, ehm, tutto bene?
• Si. Perché? – risposi sorridendo.
• Non ha una bella cera, la vedo un po’ pallido. –
• Pallido? – domandai.
• Si, un po’ grigiolino… – continuò lui.
• Bho. Mi sento benissimo – dissi tirando fuori dal portafoglio i soliti 5 euro.
• mm. – mugugnò lui mentre mi dava il resto e lo scontrino. –
Presi la bottiglia di vino e senza neanche salutare andai via mentre il ragazzo indiano continuava a guardarmi.
Tornato a casa, posata la bottiglia di vino e le chiavi sul tavolo bianco, mi guardai allo specchio del corridoio. Non notai nulla di particolare nel mio aspetto. Il mio colorito mi sembrava quello di sempre, non particolarmente radioso ma neanche da malato terminale.
• Bho.

Alle 8,30, nonostante il freddo di Novembre presi la bicicletta e con un sacchetto di tela con la bottiglia di vino dentro, mi recai a casa di Claudia. Sebbene facesse più freddo di quanto pensassi, non mi dispiacque pedalare con i Black Heart Procession nel lettore mp3.
Arrivai a casa di Claudia, scesi dalla bicicletta accaldato, tirai fuori il cellulare per farle uno squillo. Lei e i suoi coinquilini svampiti avevano il campanello rotto da un’eternità e quindi il telefono ne era diventato il sostituto. Notai Claudia che si affacciò alla finestra ma non mi notò poiché ero nascosto dalla colonna del cancello.
Aperto il portone, in due minuti ero di fronte alla porta dell’appartamento. Mi aprì la porta Marco. Il suo sorriso di benvenuto si trasformò in una smorfia di afflizione.
• Mio dio. –
• Eh?
• Cosa…ma stai bene? Mio dio. Entra, entra…-
Entrai mentre Marco mi squadrava. Attraversato il corridoio oscuro e la sala con le luci basse entrai in cucina posando la borsa di tela con la bottiglia di vino sul tavolo.
Claudia che aveva il naso nel frigorifero si volto per salutarmi. Le zucchine che aveva in mano le caddero per terra mentre, atterrita, si portava una mano alla bocca.
Marco continuava a guardare prima me poi lei.
• Ragazzi, cosa sta succedendo? – dissi ridacchiando.
Non era la prima volta che si comportavano così. Inventavano sempre qualcosa, finti litigi, finte urla di dolore, simulazione di orgasmi provenienti dalle camere da letto e altre varianti di sorta.
• No, guarda che non…
Suonò il cellulare di Claudia.
• È Luca. –
• Vado io. – disse Marco.
• Tu siediti. – disse invece Claudia guardandomi torva. – Tu non stai bene e non sto scherzando, che hai combinato?-
• Dai…basta.- risposi ridendo.
• No, guarda che non c’è nulla da ridere.- sentenziò lei.
In cucina entrò Marco con Luca. Luca per poco non cacciava fuori un urlo mentre gli cadeva dalle mani una scatola di biscotti. Il rumore della latta sul pavimento fu fastidiosissimo.
Luca, Marco e Claudia erano di fronte a me, mi guardavano con gli occhi sgranati.
• Ma come fa a parlare ?! – disse Luca rivolgendosi agli altri due.
• Non so da dove esca la voce…- rispose Claudia con un filo di voce. Marco raccolse la scatola dei biscotti con la mano tremante, continuando a guardarmi.
• Ragazzi…vi giuro, non capisco. –
• Ok. Portiamolo davanti allo specchio.- disse Claudio.
Marco e Luca mi alzarono di peso dalla sedia, trascinandomi quasi. Non capivo. Non riuscivo ancora a distinguere se si trattava di una delle loro solite sceneggiate pre-cena o se parlavano seriamente…Claudia aprì la porta del bagno e accese tutte le luci.
Marco e Luca mi spinsero dentro, quasi di forza, violenti. Rimasero tutti e tre affacciati alla porta mentre ci guardavamo increduli a vicenda. Mi voltai, lentamente, finalmente davanti allo spec….
• ARGH! – urlai – dov’è la mia testa?! –
Non avevo la testa, eppure parlavo, sentivo, vedevo tutto! Sopra il mio collo vi era il vuoto, non c’era sangue, non c’era niente, solo aria.
Mi voltai, mozzato, verso gli altri, increduli quanto me. Poi, Claudia, incrociò le braccia e guardandomi, per così dire, sussurrò quasi singhiozzando:
• Da quando ti ha lasciato hai perso veramente la testa…-

Kafka’s Colpa

>Nel quartiere delle Vallette di Torino, i gruppi di edifici e case si stringono

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in cortili ombrati dalle terrazze. Ogni strettoia è il luogo dell’incontro tra i popolani. Le fondamenta dei palazzi sono vuote, i viali enormi e disadorni. Una città orizzontale, sdraiata tra i muretti ed i mattoni delle costruzioni. Nello slargo centrale, dove si esaurisce la linea 3 del tram urbano, una solo chiesa e dei graffiti attorno.
Poco lontano si organizzano squadre di tifoseria periferica, i nuclei ordinati degli abitanti. In inverno il sole del pomeriggio, alla discesa, crea vampe arancio su i palazzi di tutta l’area.
Nelle vicinanze, un campo nomadi circondava una parte dei ruderi dell’antico campo da calcio. Ora la struttura è nuova, rimessa in moto, e famosa.
Il campo si sposta nella boscaglia poco discosta: ne nasce un villaggio di roulotte ed uno stabilimento centrale.
In una notte di dicembre questo incendia dopo una fiaccolata torinese.
Rughe