AH AH!
Anche se vien giù la tempesta
Il popolo della città abita silenziosamente, con i suoi fabbricati e le sue opere, le ore soleggiate del giorno, che la notte è ferma ed è dominata dalle case senza più luci.
Le pareti nei vicoli sono un lontano ricordo delle mura altissime sui colli, dove ogni istante percorrono, vigilanti identici alle prime avventuriere della pianura, così abituali al cammino sulle strade dei raccolti.
Sembra possibile confondere un passante con un altro, così come una torre all’altra, così come un ora con quella dopo.
Immoto pomeriggio e curve di case, mai troppo elevate, tra balconi a cui s’affacciano le governanti issate sul lento lavorio del giorno. Tavole riempite e svuotate, oggetti spostati e rimessi al loro posto, divise tolte, piegate e riaperte, prima che la notte fermi ogni cosa.
Ci sono gruppi di persone che a gruppi, a collettivi, camminano urlanti nella contrada del fiume. Bandiere nere s’aprono e s’innalzano, con i tumulti, scale e pulpiti e promontori, affatto diversi dal quotidiano farsi e disfarsi delle intenzioni. Il profeta calvo discute con i figli: di leoni che della preda fanno pasto. Ad un cenno di costui, tutti i cuori sono unanimi e combattenti: c’è da avanzare innanzi al nemico, come eroi che in schiere son tutti uguali e tutti valorosi.
La muta si compone e si muove a passo lesto, con le bandiere, gli araldi e le armi pronte. Cento leoni aizzati.
Dalle torri s’avvista tempo di burrasca e le vedette urlano nei canaloni che scendono a valle: corrono tutti, fuggono dal fiume e dalla contrada oltre i ponti. E così le belve perdono il loro comandante, caduto a terra dopo uno sbandamento dei fratelli. In pochi momenti, la piazza è svuotata, prima del notturno, tra le ali che formano lo spazio perduto del deserto.
Pare che a Verona, tra cornicioni e ringhiere, accrescano in urti e in mucchi, individui in corsa con bandiere nere sulla schiena. Il carro che sostenne il comando, è lanciato solitario, nel luogo dove la tempesta è più forte. E che nemmeno le tettoie riparino i credenti che lo seguono in lunghi balzi.
Terzo piano
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Fondamenta Sant’Angelo
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Con la luna piena
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Le violenze razziste, la strage di Firenze, le responsabilità di CasaPound
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Bernardo
>Nel pomeriggio mentre lavoravo al computer mi arrivò una telefonata di Claudia.
• Si?
• Ciao bello, volevo invitarti stasera per una cenetta tranquilla..siamo in una decina di persone, verresti? –
• Si, ok. Porto una bottiglia di vino. Bianco o rosso? –
• mm, rosso. Ultimamente preferisco il rosso. –
• Bene, a che ora? –
• Per le 8,30. –
• Perfetto. A dopo. –
• Ciao. –
• Ciao. –
Finì il lavoro al computer e avvolgendomi nella mia enorme sciarpa grigia, mi recai al supermercato sotto casa per comprare una bottiglia di vino. Entrando salutai il ragazzo indiano che stava alla cassa poi mi lanciai deciso nel reparto vini. Pur essendo un piccolo supermercato perdevo sempre un sacco di tempo per decidere cosa comprare. Eppure aveva quattro vini in croce, e tutte le volte stavo lì impalato di fronte agli scaffali mentre tutti quelli dietro di me mi urtavano delicati sussurrandomi “mi scusi”, “ permesso” mentre io ero indeciso tra il Custoza e il Nero d’avola dei quali conoscevo benissimo sia la qualità che il prezzo quindi la mia indecisione era totalmente priva di senso.
Alla fine optai per il Nero d’Avola. Recandomi alla cassa notai che il ragazzo indiano che aveva sempre un sorriso per tutti, stavolta mi guardava un po’ affranto.
• Salve, ehm, tutto bene?
• Si. Perché? – risposi sorridendo.
• Non ha una bella cera, la vedo un po’ pallido. –
• Pallido? – domandai.
• Si, un po’ grigiolino… – continuò lui.
• Bho. Mi sento benissimo – dissi tirando fuori dal portafoglio i soliti 5 euro.
• mm. – mugugnò lui mentre mi dava il resto e lo scontrino. –
Presi la bottiglia di vino e senza neanche salutare andai via mentre il ragazzo indiano continuava a guardarmi.
Tornato a casa, posata la bottiglia di vino e le chiavi sul tavolo bianco, mi guardai allo specchio del corridoio. Non notai nulla di particolare nel mio aspetto. Il mio colorito mi sembrava quello di sempre, non particolarmente radioso ma neanche da malato terminale.
• Bho.
Alle 8,30, nonostante il freddo di Novembre presi la bicicletta e con un sacchetto di tela con la bottiglia di vino dentro, mi recai a casa di Claudia. Sebbene facesse più freddo di quanto pensassi, non mi dispiacque pedalare con i Black Heart Procession nel lettore mp3.
Arrivai a casa di Claudia, scesi dalla bicicletta accaldato, tirai fuori il cellulare per farle uno squillo. Lei e i suoi coinquilini svampiti avevano il campanello rotto da un’eternità e quindi il telefono ne era diventato il sostituto. Notai Claudia che si affacciò alla finestra ma non mi notò poiché ero nascosto dalla colonna del cancello.
Aperto il portone, in due minuti ero di fronte alla porta dell’appartamento. Mi aprì la porta Marco. Il suo sorriso di benvenuto si trasformò in una smorfia di afflizione.
• Mio dio. –
• Eh?
• Cosa…ma stai bene? Mio dio. Entra, entra…-
Entrai mentre Marco mi squadrava. Attraversato il corridoio oscuro e la sala con le luci basse entrai in cucina posando la borsa di tela con la bottiglia di vino sul tavolo.
Claudia che aveva il naso nel frigorifero si volto per salutarmi. Le zucchine che aveva in mano le caddero per terra mentre, atterrita, si portava una mano alla bocca.
Marco continuava a guardare prima me poi lei.
• Ragazzi, cosa sta succedendo? – dissi ridacchiando.
Non era la prima volta che si comportavano così. Inventavano sempre qualcosa, finti litigi, finte urla di dolore, simulazione di orgasmi provenienti dalle camere da letto e altre varianti di sorta.
• No, guarda che non…
Suonò il cellulare di Claudia.
• È Luca. –
• Vado io. – disse Marco.
• Tu siediti. – disse invece Claudia guardandomi torva. – Tu non stai bene e non sto scherzando, che hai combinato?-
• Dai…basta.- risposi ridendo.
• No, guarda che non c’è nulla da ridere.- sentenziò lei.
In cucina entrò Marco con Luca. Luca per poco non cacciava fuori un urlo mentre gli cadeva dalle mani una scatola di biscotti. Il rumore della latta sul pavimento fu fastidiosissimo.
Luca, Marco e Claudia erano di fronte a me, mi guardavano con gli occhi sgranati.
• Ma come fa a parlare ?! – disse Luca rivolgendosi agli altri due.
• Non so da dove esca la voce…- rispose Claudia con un filo di voce. Marco raccolse la scatola dei biscotti con la mano tremante, continuando a guardarmi.
• Ragazzi…vi giuro, non capisco. –
• Ok. Portiamolo davanti allo specchio.- disse Claudio.
Marco e Luca mi alzarono di peso dalla sedia, trascinandomi quasi. Non capivo. Non riuscivo ancora a distinguere se si trattava di una delle loro solite sceneggiate pre-cena o se parlavano seriamente…Claudia aprì la porta del bagno e accese tutte le luci.
Marco e Luca mi spinsero dentro, quasi di forza, violenti. Rimasero tutti e tre affacciati alla porta mentre ci guardavamo increduli a vicenda. Mi voltai, lentamente, finalmente davanti allo spec….
• ARGH! – urlai – dov’è la mia testa?! –
Non avevo la testa, eppure parlavo, sentivo, vedevo tutto! Sopra il mio collo vi era il vuoto, non c’era sangue, non c’era niente, solo aria.
Mi voltai, mozzato, verso gli altri, increduli quanto me. Poi, Claudia, incrociò le braccia e guardandomi, per così dire, sussurrò quasi singhiozzando:
• Da quando ti ha lasciato hai perso veramente la testa…-


