Nel quartiere delle Vallette di Torino, i gruppi di edifici e case si stringono

in cortili ombrati dalle terrazze. Ogni strettoia è il luogo dell’incontro tra i popolani. Le fondamenta dei palazzi sono vuote, i viali enormi e disadorni. Una città orizzontale, sdraiata tra i muretti ed i mattoni delle costruzioni. Nello slargo centrale, dove si esaurisce la linea 3 del tram urbano, una solo chiesa e dei graffiti attorno.
Poco lontano si organizzano squadre di tifoseria periferica, i nuclei ordinati degli abitanti. In inverno il sole del pomeriggio, alla discesa, crea vampe arancio su i palazzi di tutta l’area.
Nelle vicinanze, un campo nomadi circondava una parte dei ruderi dell’antico campo da calcio. Ora la struttura è nuova, rimessa in moto, e famosa.
Il campo si sposta nella boscaglia poco discosta: ne nasce un villaggio di roulotte ed uno stabilimento centrale.
In una notte di dicembre questo incendia dopo una fiaccolata torinese.
Rughe

>I vicini dispari di calle San Pedro

>

Come tutte le vie di tutti i quartieri di tutte le città, calle San Pedro aveva abitazioni su entrambi i lati della via. Da un lato le case pari, dall’altro quelle dispari. La via apparteneva a un piccolo paesino di mare, che la città ha assorbito negli anni integrandolo come quartiere. Questo, porta sul mare della città, fu tradizionalmente un paesino di pescatori e di gente che costruiva la sua vita affacciata sul Mediterraneo.
La vicinanza al mare, che dai palazzi della città è stata sempre considerata come una mera circostanza pittoresca, guadagnò improvvisamente un’importanza tutta nuova. Presto il dimenticato quartiere di pescatori si convertì in un territorio chiave per l’espansione e lo sviluppo urbano. La risorsa delle spiagge, i turisti, gli hotel, lo spettacolo e il glamour erano opportunità che sarebbe stato stupido lasciarsi sfuggire.
Si disse agli abitanti che il vecchio quartiere sarebbe stato rivalutato, che da spazio aneddotico sarebbe diventato uno dei punti di riferimento della nuova città. Grandi costruzioni, nuovi negozi, zone verdi e una grande via centrale con il nome di uno dei paesani più illustri che il quartiere abbia mai dato alla luce, avrebbe attraversato l’antico paesino di mare da parte a parte.
Come in ogni altra via del Cabanyal (così si chiama questo famoso quartiere), in calle San Pedro tutti i vicini si conoscevano, facevano vita comune e mangiavano porta a porta, con i propri bei e brutti momenti. E come in qualsiasi altra via la notizia della trasformazione imminente del proprio quartiere fu presa in maniere differenti. In particolare calle San Pedro si vedeva toccata in primis dal nuovo piano. I vicini delle porte pari avrebbero mantenuto le proprie abitazioni, al contrario dei vicini di fronte che le avrebbero perse per far spazio ad un parco.
I vicini dispari di calle San Pedro protestarono, si rifiutarono di essere espulsi dalle proprie case, dove avevano sempre vissuto, e si opposero alle demolizioni. Chiesero solidarietà ai vicini delle porte pari, coi quali avevano condiviso la vita per intere generazioni. Questi gli negarono ogni appoggio. Non erano le loro case ad essere minacciate e oltretutto la costruzione di un bel giardino avrebbe dato più eleganza alle loro abitazioni. A nulla valsero le discussioni, le lamentele e le richieste di solidarietà e unione. Le vecchie invidie, l’ignoranza, la freddezza e l’individualismo crebbero nella piccola via. Tra i vicini pari ci fu chi volle solidarizzare, appendendo cartelli rivendicativi al balcone, ma non tardarono le minacce e le intimidazioni per toglierli. Nel Comune intanto si sfregavano le mani.
Le espropriazioni, i primi abbandoni, i primi vinti, quelli che decisero di abbandonare le proprie case per tanto invivibile che si fece la situazione, lasciarono spazio alle prime demolizioni e all’arrivo dei nomadi trafficanti. Poco a poco si chiusero tutti i negozi e le attività commerciali e la via si riempì di case in rovina, tanto tristi quanto pericolose, e terreni ripuliti dalle macerie, trasformando calle San Pedro nell’ombra, nel fantasma di quello che fu.
I vicini pari ancora attendono il famoso parco che darà glamour alle case ormai uccise dalle rovine. Calle San Pedro è il riflesso del danno che la avarizia e la paura pretendono fare nelle altre vie del quartiere.
Ma ancora c’è chi resiste, chi tiene duro all’irrazionalità alla perdita di umanità. C’è ancora chi da tanto tempo dice che non vende, che non abbandona, che non se ne va. Non credono alle menzogne, non si intimoriscono davanti alle minacce. Difendono il quartiere, dove vogliono continuare a vivere.

Eleuterio Gabón

Articolo uscito come introduzione ad una puntata di Dal Mort Al Degollat, programma di controinformazione e umore acido in onda dal 2007 al 2010 su Radio Malva, a Valencia.

I vicini dispari di calle San Pedro

Come tutte le vie di tutti i quartieri di tutte le città, calle San Pedro aveva abitazioni su entrambi i lati della via. Da un lato le case pari, dall’altro quelle dispari. La via apparteneva a un piccolo paesino di mare, che la città ha assorbito negli anni integrandolo come quartiere. Questo, porta sul mare della città, fu tradizionalmente un paesino di pescatori e di gente che costruiva la sua vita affacciata sul Mediterraneo.
La vicinanza al mare, che dai palazzi della città è stata sempre considerata come una mera circostanza pittoresca, guadagnò improvvisamente un’importanza tutta nuova. Presto il dimenticato quartiere di pescatori si convertì in un territorio chiave per l’espansione e lo sviluppo urbano. La risorsa delle spiagge, i turisti, gli hotel, lo spettacolo e il glamour erano opportunità che sarebbe stato stupido lasciarsi sfuggire.
Si disse agli abitanti che il vecchio quartiere sarebbe stato rivalutato, che da spazio aneddotico sarebbe diventato uno dei punti di riferimento della nuova città. Grandi costruzioni, nuovi negozi, zone verdi e una grande via centrale con il nome di uno dei paesani più illustri che il quartiere abbia mai dato alla luce, avrebbe attraversato l’antico paesino di mare da parte a parte.
Come in ogni altra via del Cabanyal (così si chiama questo famoso quartiere), in calle San Pedro tutti i vicini si conoscevano, facevano vita comune e mangiavano porta a porta, con i propri bei e brutti momenti. E come in qualsiasi altra via la notizia della trasformazione imminente del proprio quartiere fu presa in maniere differenti. In particolare calle San Pedro si vedeva toccata in primis dal nuovo piano. I vicini delle porte pari avrebbero mantenuto le proprie abitazioni, al contrario dei vicini di fronte che le avrebbero perse per far spazio ad un parco.
I vicini dispari di calle San Pedro protestarono, si rifiutarono di essere espulsi dalle proprie case, dove avevano sempre vissuto, e si opposero alle demolizioni. Chiesero solidarietà ai vicini delle porte pari, coi quali avevano condiviso la vita per intere generazioni. Questi gli negarono ogni appoggio. Non erano le loro case ad essere minacciate e oltretutto la costruzione di un bel giardino avrebbe dato più eleganza alle loro abitazioni. A nulla valsero le discussioni, le lamentele e le richieste di solidarietà e unione. Le vecchie invidie, l’ignoranza, la freddezza e l’individualismo crebbero nella piccola via. Tra i vicini pari ci fu chi volle solidarizzare, appendendo cartelli rivendicativi al balcone, ma non tardarono le minacce e le intimidazioni per toglierli. Nel Comune intanto si sfregavano le mani.
Le espropriazioni, i primi abbandoni, i primi vinti, quelli che decisero di abbandonare le proprie case per tanto invivibile che si fece la situazione, lasciarono spazio alle prime demolizioni e all’arrivo dei nomadi trafficanti. Poco a poco si chiusero tutti i negozi e le attività commerciali e la via si riempì di case in rovina, tanto tristi quanto pericolose, e terreni ripuliti dalle macerie, trasformando calle San Pedro nell’ombra, nel fantasma di quello che fu.
I vicini pari ancora attendono il famoso parco che darà glamour alle case ormai uccise dalle rovine. Calle San Pedro è il riflesso del danno che la avarizia e la paura pretendono fare nelle altre vie del quartiere.
Ma ancora c’è chi resiste, chi tiene duro all’irrazionalità alla perdita di umanità. C’è ancora chi da tanto tempo dice che non vende, che non abbandona, che non se ne va. Non credono alle menzogne, non si intimoriscono davanti alle minacce. Difendono il quartiere, dove vogliono continuare a vivere.

Eleuterio Gabón

Articolo uscito come introduzione ad una puntata di Dal Mort Al Degollat, programma di controinformazione e umore acido in onda dal 2007 al 2010 su Radio Malva, a Valencia.

>L’arte: un sollievo alla tragicità della vita

>

Nel corso della sua storia l’uomo ha sempre cercato la bellezza nell’Arte, nella rappresentazione delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni, in una tela come su un foglio di carta, o sulle corde di un violino o sui tasti di un pianoforte.
Ogni espressione umana ha come criterio la bellezza, così come ogni opera ha, in essa, il suo fine.
L’Arte è desiderio, fantasia, sogno di una realtà perfetta, che non esiste in alcun posto se non nello spirito, nell’anima di ogni individuo.
L’Arte è l’esaltazione dell’individualità, l’espressione dell’io per eccellenza, e per questo l’uomo ha sempre avuto bisogno di essa, perché l’essere umano è individuo, è singolarità prima che pluralità, comunità.
La società è un insieme di individualità che interagiscono tra loro, che comunicano attraverso il suono delle parole, i movimenti del corpo, i colori e le forme delle immagini. L’uomo, quindi, oltre che individuo è anche “animale sociale”, ovvero possiede un bisogno necessario di relazionarsi con l’esterno, per capire sé stesso, per riconoscere, hegelianamente, la propria essenza, la coscienza di sé.
L’Arte esprime, allora, la totalità dei bisogni umani, perché con essa l’uomo ha la capacità di esprimere sé stesso, relazionarsi con gli altri e cercare o sognare la perfezione, la bellezza, l’Assoluto.
Essa è forma dell’irrazionalità e mezzo e fine della realtà; rappresentazione della soggettività e strumento di relazione della molteplicità; insomma, è l’essenza della vita stessa, la sostanza dell’uomo.
L’Arte, per usare un’espressione del Verga, è la “manifestazione dei propri gusti, una forma di benessere, di civiltà, in fondo alla quale non c’è altro che il godimento materiale”; essa, come ricerca della bellezza, si configura allora anche come ricerca del piacere, ovvero come il tentativo di soddisfazione dei propri bisogni – materiali e intellettuali – volto al raggiungimento di un equilibrio, di un sollievo, di una pace interiore.
La bellezza è utopia, desiderio, irrazionalità allo stato puro, idealità per eccellenza, cui l’uomo tende per natura e che si ostina a cercare ed identificare con l’unico mezzo in suo possesso: la materialità, cadendo, inevitabilmente, nell’imperfezione, in una contraddizione impossibile da sciogliere.
La realtà non è mai bellezza: le si può avvicinare, ma non sarà mai perfezione assoluta.
Della bellezza le manca l’essere eterno e immutabile, l’ordine, la provvidenzialità, la semplicità.
La realtà è invece complessa, caotica, immediata, a volte senza un senso, un nesso, senza un perché.
La realtà, però, può essere mascherata da bellezza, e pur restando apparenza, “fuggevolezza”, spesso viene accettata o creduta come tale.
Ma l’inganno, prima o poi, sarà comunque rivelato, dal tempo e dalla natura stessa.
Ne è l’esempio la storia di Nanà, un romanzo del 1880 del naturalista Emile Zola, che racconta di una giovane e bellissima donna, incapace di amare, che dall’infanzia misera raggiunge l’elite della società recitando a teatro e accettando la corte di ricchi spasimanti.
In questo modo vive mantenuta fino alla morte, avvenuta per malattia.
La ragazza, che non a caso interpreta la dea Venere nelle sue opere teatrali, è oggetto di desiderio degli uomini e del pubblico, che ogni sera aspetta ansioso la sua entrata in scena per poterla ammirare; ma il vaiolo, che rapidamente la porta alla morte, rovina la sua bellezza, rendendola irriconoscibile, se non attraverso il richiamo di quei capelli che “conservavano il loro fiammeggiare di sole”.
Di lei resterà un “carnaio”, “carne marcia” buttata su un cuscino, tant’è che l’inserviente mormorerà: “ah! È cambiata, è cambiata!”.
Sul letto di morte Nanà avrebbe potuto arrivarci in tutto il suo candore, in tutta la sua bellezza divina, ma il caso, la natura, la vita, ha deciso di riservarle una fine impietosa, indegna, per un motivo incerto, senza un vero perché.
Di fronte alla tragicità della vita, alla crudele casualità della realtà, l’uomo cerca di risolvere la sua impotenza attraverso l’Arte, con cui esso finalmente può decidere, anche se non del tutto, la sorte della sua opera e, con essa, rallentare il tempo.
Alessandro Rigo

L’arte: un sollievo alla tragicità della vita

Nel corso della sua storia l’uomo ha sempre cercato la bellezza nell’Arte, nella rappresentazione delle emozioni, dei sentimenti e delle passioni, in una tela come su un foglio di carta, o sulle corde di un violino o sui tasti di un pianoforte.
Ogni espressione umana ha come criterio la bellezza, così come ogni opera ha, in essa, il suo fine.
L’Arte è desiderio, fantasia, sogno di una realtà perfetta, che non esiste in alcun posto se non nello spirito, nell’anima di ogni individuo.
L’Arte è l’esaltazione dell’individualità, l’espressione dell’io per eccellenza, e per questo l’uomo ha sempre avuto bisogno di essa, perché l’essere umano è individuo, è singolarità prima che pluralità, comunità.
La società è un insieme di individualità che interagiscono tra loro, che comunicano attraverso il suono delle parole, i movimenti del corpo, i colori e le forme delle immagini. L’uomo, quindi, oltre che individuo è anche “animale sociale”, ovvero possiede un bisogno necessario di relazionarsi con l’esterno, per capire sé stesso, per riconoscere, hegelianamente, la propria essenza, la coscienza di sé.
L’Arte esprime, allora, la totalità dei bisogni umani, perché con essa l’uomo ha la capacità di esprimere sé stesso, relazionarsi con gli altri e cercare o sognare la perfezione, la bellezza, l’Assoluto.
Essa è forma dell’irrazionalità e mezzo e fine della realtà; rappresentazione della soggettività e strumento di relazione della molteplicità; insomma, è l’essenza della vita stessa, la sostanza dell’uomo.
L’Arte, per usare un’espressione del Verga, è la “manifestazione dei propri gusti, una forma di benessere, di civiltà, in fondo alla quale non c’è altro che il godimento materiale”; essa, come ricerca della bellezza, si configura allora anche come ricerca del piacere, ovvero come il tentativo di soddisfazione dei propri bisogni – materiali e intellettuali – volto al raggiungimento di un equilibrio, di un sollievo, di una pace interiore.
La bellezza è utopia, desiderio, irrazionalità allo stato puro, idealità per eccellenza, cui l’uomo tende per natura e che si ostina a cercare ed identificare con l’unico mezzo in suo possesso: la materialità, cadendo, inevitabilmente, nell’imperfezione, in una contraddizione impossibile da sciogliere.
La realtà non è mai bellezza: le si può avvicinare, ma non sarà mai perfezione assoluta.
Della bellezza le manca l’essere eterno e immutabile, l’ordine, la provvidenzialità, la semplicità.
La realtà è invece complessa, caotica, immediata, a volte senza un senso, un nesso, senza un perché.
La realtà, però, può essere mascherata da bellezza, e pur restando apparenza, “fuggevolezza”, spesso viene accettata o creduta come tale.
Ma l’inganno, prima o poi, sarà comunque rivelato, dal tempo e dalla natura stessa.
Ne è l’esempio la storia di Nanà, un romanzo del 1880 del naturalista Emile Zola, che racconta di una giovane e bellissima donna, incapace di amare, che dall’infanzia misera raggiunge l’elite della società recitando a teatro e accettando la corte di ricchi spasimanti.
In questo modo vive mantenuta fino alla morte, avvenuta per malattia.
La ragazza, che non a caso interpreta la dea Venere nelle sue opere teatrali, è oggetto di desiderio degli uomini e del pubblico, che ogni sera aspetta ansioso la sua entrata in scena per poterla ammirare; ma il vaiolo, che rapidamente la porta alla morte, rovina la sua bellezza, rendendola irriconoscibile, se non attraverso il richiamo di quei capelli che “conservavano il loro fiammeggiare di sole”.
Di lei resterà un “carnaio”, “carne marcia” buttata su un cuscino, tant’è che l’inserviente mormorerà: “ah! È cambiata, è cambiata!”.
Sul letto di morte Nanà avrebbe potuto arrivarci in tutto il suo candore, in tutta la sua bellezza divina, ma il caso, la natura, la vita, ha deciso di riservarle una fine impietosa, indegna, per un motivo incerto, senza un vero perché.
Di fronte alla tragicità della vita, alla crudele casualità della realtà, l’uomo cerca di risolvere la sua impotenza attraverso l’Arte, con cui esso finalmente può decidere, anche se non del tutto, la sorte della sua opera e, con essa, rallentare il tempo.
Alessandro Rigo

Le favole di Veronetta

Personaggio 2
Fëdor / Il guardiano dei ponti
Sono anni che i miei studi mi hanno portato ad abbandonare le mie lande desolate e innevate per trasferirmi a Verona. Sono anni che abito in Veronetta, forse troppi. Sono anni che vedo, osservo e continuo a scoprire i personaggi che bazzicano per questo “magico” quartiere. Sono anni che incontro il “doganiere” di Veronetta, anche soprannominato Dostoevskij. L’avrete visto senz’altro anche voi almeno una volta, difficilmente passa inosservato. Alto, magro, capelli lunghi castani, sempre legati a coda ed una lunga e folta barba che nasconde la sua bocca. Per quanto riguarda l’abbigliamento poi, come i personaggi dei cartoni animati, è sempre vestito uguale, polo rosa salmone e pantaloni beige. È talmente affezionato al suo abbigliamento, che anche nelle stagioni più fredde, nonostante abbia una giacca per coprirsi, è possibile notare la sua polo rosa salmone, fare capolino da sotto i suoi indumenti invernali. Il nostro Dostoevskij è un doganiere perchè è possibile trovarlo nel bel mezzo di ponte navi o ponte nuovo, fermo a scrutare le persone che lasciano la zona bene di Verona per entrare nella tanto bistrattata Veronetta. Vigile e attento osserva la persone che passano, senza proferire mai una parola, tant’è che fino a qualche mese fa mi era venuto addirittura il dubbio che fosse muto. In una giornata anonima di settembre i miei dubbi sono stati smentiti. Stavo entrando in Veronetta passando su ponte nuovo ed eccomi comparire davanti il nostro Fëdor, non era solo. Era con una donna con la quale stava intrattenendo una conversazione! Dopo anni che lo vedevo sempre silenzioso e solitario, per la prima volta l’ho visto e sentito parlare e la cosa più sconvolgente è che ha una voce giovanile! È proprio vero che la barba invecchia le persone, infatti credevo che avesse più di quarant’anni, mentre invece il suo timbro di voce si avvicinava di più a quella di un trentenne.
Abitanti di Veronetta dormite pure sogni tranquilli, a vigilare su di noi c’è sempre presente il nostro Fëdor Dostoevskij che controlla chi entra e chi esce dal quartiere.
Matte

>Le favole di Veronetta

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Personaggio 2
Fëdor / Il guardiano dei ponti
Sono anni che i miei studi mi hanno portato ad abbandonare le mie lande desolate e innevate per trasferirmi a Verona. Sono anni che abito in Veronetta, forse troppi. Sono anni che vedo, osservo e continuo a scoprire i personaggi che bazzicano per questo “magico” quartiere. Sono anni che incontro il “doganiere” di Veronetta, anche soprannominato Dostoevskij. L’avrete visto senz’altro anche voi almeno una volta, difficilmente passa inosservato. Alto, magro, capelli lunghi castani, sempre legati a coda ed una lunga e folta barba che nasconde la sua bocca. Per quanto riguarda l’abbigliamento poi, come i personaggi dei cartoni animati, è sempre vestito uguale, polo rosa salmone e pantaloni beige. È talmente affezionato al suo abbigliamento, che anche nelle stagioni più fredde, nonostante abbia una giacca per coprirsi, è possibile notare la sua polo rosa salmone, fare capolino da sotto i suoi indumenti invernali. Il nostro Dostoevskij è un doganiere perchè è possibile trovarlo nel bel mezzo di ponte navi o ponte nuovo, fermo a scrutare le persone che lasciano la zona bene di Verona per entrare nella tanto bistrattata Veronetta. Vigile e attento osserva la persone che passano, senza proferire mai una parola, tant’è che fino a qualche mese fa mi era venuto addirittura il dubbio che fosse muto. In una giornata anonima di settembre i miei dubbi sono stati smentiti. Stavo entrando in Veronetta passando su ponte nuovo ed eccomi comparire davanti il nostro Fëdor, non era solo. Era con una donna con la quale stava intrattenendo una conversazione! Dopo anni che lo vedevo sempre silenzioso e solitario, per la prima volta l’ho visto e sentito parlare e la cosa più sconvolgente è che ha una voce giovanile! È proprio vero che la barba invecchia le persone, infatti credevo che avesse più di quarant’anni, mentre invece il suo timbro di voce si avvicinava di più a quella di un trentenne.
Abitanti di Veronetta dormite pure sogni tranquilli, a vigilare su di noi c’è sempre presente il nostro Fëdor Dostoevskij che controlla chi entra e chi esce dal quartiere.
Matte

Bulgagov*

Avevo fame. Tanta fame, troppa fame. Quella fame che ti alzi dalla sedia ed inizi ad aprire tutte le ante e gli stipi e gli armadietti e il frigorifero e non c’è mai un cazzo, per intenderci. E quindi ti aggiri, nuovamente, per casa, rabbioso, aprendo ante, stipi, armadietti e frigorifero e ancora una volta non c’è niente sebbene tu abbia sperato di trovare quanto meno delle fette biscottate da mangiare così, a secco. E invece neanche quelle.
– Compro qualcosa!- urli. – un kebab!- urli più forte.
Prendi il portafoglio, lo apri, e le tue finanze si aggirano intorno ai 70 centesimi, arrotondando.
Imprechi, però puoi andare sempre a prelevare al bancomat, in piazza, sotto casa.
Poi vedi la tua immagine riflessa nello specchio della camera e ti rendi conto che hai l’espressione di un fumatore d’oppio e il pigiama con i puffi.
– No. Effettivamente non ho nessuna voglia di cambiarmi, né di uscire di casa. Ho fame adesso. La mia fame è qui, ora. –
Apri di nuovo il frigo.
– dai! Non è possibile che non ci sia nulla!-
I ripiani dei miei coinquilini, partiti per Amsterdarm, stì stronzi, vuoti, come i loro cervelli, in questo momento probabilmente. Sento persino le loro risate fastidiose, in lontananza, distorte, prolungate, con gli angoli della bocca che gli arrivano alle orecchie.
– ma andate a cagare. –
Poi, ecco che improvvisamente cambia tutto. Provate ad ascoltare la canzone don’t be light degli Air e capirete di quale atmosfera parlo.
Eccolo, il Santo Gral degli affamati. Una busta in fondo al frigo. Un sacchetto di plastica, bianco e immacolato come la Vergine Maria.
Afferro subito il mio tesoro egizio avvolto nella plastica. Chiudo il frigo con il piede mentre apro la fatidica busta.
Lo sgomento e il terrore. Delle stramaledette u o v a. Quattro uova racchiuse in una scatola di cartone grigia recante la dicitura: L’uovo Biologico! La natura direttamente a casa tua!
– ma andate a cagare! – ripeto, di nuovo.
Ho un problema con le uova. E non è colpa mia, bensì della mia immaginazione. Quando rompo le uova credo sempre di trovarvi qualcosa di strano e orribile. Feti di pulcini, zampette di qualcosa, mostri vari, macchie strane, bolle altrettanto strane. Una volta, osservando bene una di queste macchiette mi ero convinta che ci fosse qualcosa di assolutamente alieno tanto da buttare l’uovo.
Solitamente quando racconto questa cosa agli amici, sorgono due scuole di pensiero. La prima, quella degli scettici mi guarda male e risponde:
– Ok. Sei imbecille. –
La seconda, quella dei curiosi, sebbene mi guardi comunque male, risponde:
– Effettivamente potrebbe accadere…-
La mancanza di un’idea precisa e dati scientifici sull’argomento mi impedisce di pensare in maniera razionale quando mi trovo dinanzi ad un uovo.
Sperando di poterle buttare, controllo la data di scadenza ma questa è ben lungi dall’essere vicina.
Sono veramente costretta a mangiarle. Almeno due. Potrei fare una frittatina, o farle bollire, giusto per sopravvivere a questa domenica di Ottobre. Eppure l’idea di aprirle, di sentire quel “crack” del guscio che si infrange sul bordo del piatto, il bianco lattescente che si spande lento e il tuorlo che si piazza lì, al centro, ballando un po’…
Non posso più esitare però, ho troppa fame. E dunque, prendo un piatto, una forchetta, afferro queste uova fatali* le guardo, con calma, cerco di prendere aria, chiudo gli occhi, il guscio sta per rompersi….
2 GIORNI DOPO.
– Ma come? Non l’hai saputo?-
– No. Cosa?-
– è scoppiata la caldaia, domenica. C’era solo lei in casa, gli altri erano ad Amsterdam, pare che in mezzo al macello abbiano trovato un sacchetto con delle uova, integro. Assurdo.
Kafka’s colpa

>Bulgagov*

>

Avevo fame. Tanta fame, troppa fame. Quella fame che ti alzi dalla sedia ed inizi ad aprire tutte le ante e gli stipi e gli armadietti e il frigorifero e non c’è mai un cazzo, per intenderci. E quindi ti aggiri, nuovamente, per casa, rabbioso, aprendo ante, stipi, armadietti e frigorifero e ancora una volta non c’è niente sebbene tu abbia sperato di trovare quanto meno delle fette biscottate da mangiare così, a secco. E invece neanche quelle.
– Compro qualcosa!- urli. – un kebab!- urli più forte.
Prendi il portafoglio, lo apri, e le tue finanze si aggirano intorno ai 70 centesimi, arrotondando.
Imprechi, però puoi andare sempre a prelevare al bancomat, in piazza, sotto casa.
Poi vedi la tua immagine riflessa nello specchio della camera e ti rendi conto che hai l’espressione di un fumatore d’oppio e il pigiama con i puffi.
– No. Effettivamente non ho nessuna voglia di cambiarmi, né di uscire di casa. Ho fame adesso. La mia fame è qui, ora. –
Apri di nuovo il frigo.
– dai! Non è possibile che non ci sia nulla!-
I ripiani dei miei coinquilini, partiti per Amsterdarm, stì stronzi, vuoti, come i loro cervelli, in questo momento probabilmente. Sento persino le loro risate fastidiose, in lontananza, distorte, prolungate, con gli angoli della bocca che gli arrivano alle orecchie.
– ma andate a cagare. –
Poi, ecco che improvvisamente cambia tutto. Provate ad ascoltare la canzone don’t be light degli Air e capirete di quale atmosfera parlo.
Eccolo, il Santo Gral degli affamati. Una busta in fondo al frigo. Un sacchetto di plastica, bianco e immacolato come la Vergine Maria.
Afferro subito il mio tesoro egizio avvolto nella plastica. Chiudo il frigo con il piede mentre apro la fatidica busta.
Lo sgomento e il terrore. Delle stramaledette u o v a. Quattro uova racchiuse in una scatola di cartone grigia recante la dicitura: L’uovo Biologico! La natura direttamente a casa tua!
– ma andate a cagare! – ripeto, di nuovo.
Ho un problema con le uova. E non è colpa mia, bensì della mia immaginazione. Quando rompo le uova credo sempre di trovarvi qualcosa di strano e orribile. Feti di pulcini, zampette di qualcosa, mostri vari, macchie strane, bolle altrettanto strane. Una volta, osservando bene una di queste macchiette mi ero convinta che ci fosse qualcosa di assolutamente alieno tanto da buttare l’uovo.
Solitamente quando racconto questa cosa agli amici, sorgono due scuole di pensiero. La prima, quella degli scettici mi guarda male e risponde:
– Ok. Sei imbecille. –
La seconda, quella dei curiosi, sebbene mi guardi comunque male, risponde:
– Effettivamente potrebbe accadere…-
La mancanza di un’idea precisa e dati scientifici sull’argomento mi impedisce di pensare in maniera razionale quando mi trovo dinanzi ad un uovo.
Sperando di poterle buttare, controllo la data di scadenza ma questa è ben lungi dall’essere vicina.
Sono veramente costretta a mangiarle. Almeno due. Potrei fare una frittatina, o farle bollire, giusto per sopravvivere a questa domenica di Ottobre. Eppure l’idea di aprirle, di sentire quel “crack” del guscio che si infrange sul bordo del piatto, il bianco lattescente che si spande lento e il tuorlo che si piazza lì, al centro, ballando un po’…
Non posso più esitare però, ho troppa fame. E dunque, prendo un piatto, una forchetta, afferro queste uova fatali* le guardo, con calma, cerco di prendere aria, chiudo gli occhi, il guscio sta per rompersi….
2 GIORNI DOPO.
– Ma come? Non l’hai saputo?-
– No. Cosa?-
– è scoppiata la caldaia, domenica. C’era solo lei in casa, gli altri erano ad Amsterdam, pare che in mezzo al macello abbiano trovato un sacchetto con delle uova, integro. Assurdo.
Kafka’s colpa