>Il coraggio di arrangiarsi

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Ore 17:00 arrivo a Novara in treno, e come sempre è già in ritardo. A Milano mi attende il treno per Verona e so già che una volta arrivato alla stazione milanese dovrò fare una corsa per non perdere il mio treno.
Ore 17:01 un annuncio comunica che ” un uomo nella stazione di Magenta è stato investito e i suoi resti sono sparsi su entrembi i binari e prima di poterli rimuovere, e consentire la marcia dei treni, bisogna aspettare l’arrivo del magistrato. Il ritardo non è così quantificabile”. Per fortuna ho con me il mio pc e continuo la visione di un film a bordo del treno, nella speranza che, prima o poi, si riparta.
Senza rendermene conto passa un’ora ed un altro annuncio invita i passeri a scendere perchè il treno non ripartirà. Scendere, bene, e poi? L’annuncio diceva solo di scendere e basta. Mi dirigo allora di corsa alla biglietteria per avere informazioni su come proseguire il mio viaggio e, soprattutto, farmi rimborsare il biglietto da Milano a Verona visto che per quella tratta ho già speso 17 euro e 50.
Coda interminabile, le solite teste calde iniziano ad insultare i bigliettei che, per tutta risposta ignorano le ingiurie. Finalmente è il mio turno e al pelo riesco a farmi imborsare il biglietto, giàperchè qualche minuto dopo ed il mio treno sarebbe partito da Milano e quindi addio rimborso. Strano meccanismo, se il mio treno parte senza di me, anche se per motivi indipendeni da me, non posso farmi rimborsare il biglietto e dovrei comprarne uno nuovo. Per fortuna non è andata così questa volta!
Il bigliettaio è gentile, mi cambia la prenotazione senza farmi spendere altri soldi. Decido allora di chiedergli se ci fossero altri modi per raggiungere Milano Centrale, non ho voglia ho voglia di apsttere una quantità di tempo indeterminata i comodi del magistrato di Magenta che, in un’ora, non era ancora giunto sul luogo dov’era stato investito l’uomo. Per mia fortuna il bigliettaio mi comunica che esiste una gabola, prendere un treno da Novara Nord verso Milano Certosa e da lì la metro fino a Milano Centrale. Sono salvo! Il treno consigliatomi da quell’uomo gentile sta partendo, ma riesco comunque a prenderlo, niente inutili attese.
‘E dalle difficoltà che bisogna farsi forza e sapersi arrangiare. Non bisogna mai aspettare che il tempo, con il suo trascorrere, risolva la situazione. Per prima cosa bisogna sempre cercare di agire e tentare di cavarsela da soli, se si fallisce si potrà poi comunque chiedere aiuto a qualcuno o al tempo, però almeno si sarà tentato di riuscire con le proprie forze, perché non si può sempre aspettare di essere “salvati” da qualcun’altro.

Matte

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…Lily, Lily, Liliiiiiiiiiiiiiiy. Lily non c’era più, ma il suo nome continuava a riecheggiare nella mia mente. Un’ossessione che non mi abbandonava mai. La sua figura veniva a visitare i miei sogni e a renderli inquieti. Dovevo assolutamente fare qualcosa per ritrovare la mia serenità mentale. Lily infatti cominciava anche a comparirmi nella normale routine quotidiana. Appariva dal nulla, cercava di dirmi qualcosa, le sue labbra si muovevano, ma la sua bocca non emetteva alcun suono, ed ogni volta quella visione onirica svaniva com’era appara, prima che io ci potessi interagire. Al suo cospetto il tempo sembrava quasi fermarsi, ma in realtà le lancette correvano veloci e le persone passavano e schivavano rapide il mio corpo alienato. Una volta mi son pure ritrovato tutto solo al cinematografò, che i titoli di coda erano belle che andati e l’inserviente stava pulendo la sala per lo spettacolo successivo, che brutte figure!
Ormai non distinguevo più il sogno e la realtà. Forse Lily non era ancora morta ed era ancora lì agonizzante dove l’avevo lasciata o forse mi ero semplicemente immaginato tutto. Eppure la piccola lapide di Lily Moscarda l’avevo vista, oppure no? Anche se fosse io prima di trovarmi davanti a quel blocco di pietra non lo conoscevo il cognome di Lily, magari Lily Moscarda è un’altra persona. In fin dei conti quante Lily ci possono essere sul pianeta? Dovevo assolutamente togliermi questo dubbio, forse solo così sarei rinsalito. Decisi così di ripercorrere le strade del mio peccato o presunto tale, ormai ero arrivato al punto di mettere perfino in discussione l’esistenza di Lily.
Mi diressi così nel bosco dove, a distanza di tempo, la neve e la quiete erano ancora sovrane. Più mi avvicinavo alla meta più una strana sensazione batteva più forte alla mia porta, non capivo cosa fosse, ma sapevo che, arrivato a destinazione l’avrei scoperto, o almeno questa era la mia speranza. Lungo il bianco sentiero però il mio cammino venne interrotto, ostacolato da due figure che procedevano nella direzione opposta. Fissi, fermi immobili, nessun cenno, mi fissavano e basta. Uno dei due aveva al guinzaglio un leone. Un leone? Era per forza un’allucinazione! Perché mai una persona sana di mente dovrebbe avere un leone come animale? Sanità mentale? Ma che cosa stavo dicendo oramai io stesso avevo perduto il significato di quelle due parole. Anche se mi sbarravano la strada, dovevo assolutamente continuare. Convinto che quelle figure non fossero reali, mi scagliai verso di loro correndo, non ci sarebbe stato nessun impatto, al mio passaggio esse sarebbero semplicemente svanite. Al primo segnale di un mio scatto però, il leone venne sguinzagliato e mi si gettò addosso con tutta la sua possenza animalesca. Atterratomi, con le sue fauci mi afferrò per i miei gioielli. Con tutte le parti del corpo di cui dispone un uomo, proprio lì doveva andarmi ad agguantare?! Il dolore era intenso, troppo forte per essere un sogno. Non capivo. Perché una cosa simile stava accadendo proprio a me? Il proprietario del leone si avvicinò, mise le sue mani intorno al mio collo e poi capì. Déjà vu. Riconobbi subito quelle mani e quella sensazione di soffocamento. Non poteva essere però, era passato troppo tempo, all’epoca ero solo un ragazzo e quell’uomo non poteva assolutamente avermi riconosciuto, non poteva aver associato il mio volto attuale a quello del ragazzo che gli spaventò il gatto facendolo fuggire per sempre lontano e che per questo quell’uomo cercò di soffocare il suo dolore e la sua rabbia togliendomi in maniera definitiva il fiato soffocandomi. All’epoca riuscii a salvarmi solo grazie all’intervento dei miei amici, ma ora ero solo, troppo lontano da tutto e tutti perché qualcuno potesse intervenire in mio soccorso. La fine non mi sembrò mai così vicina, non mi importava. Nessuno sarebbe venuto a piangere sulla mia tomba, nessuno avrebbe sentito la mia mancanza. Però che stronzo che è il destino! Ti rechi ad accertarti della fine di una tua conoscente e, ad un passo dalla meta ti imbatti al capolinea della tua vita. Oramai però non mi importava più di nulla e non opposi resistenza, certo non mi ero tolto il dubbio sulle sorti di Lily, ma lasciando che la morte mi abbracciasse, anche così, forse, avrei trovato la pace. La vita mi stava scivolando via e fu così che tutto divenne buio.
Mi risvegliai diverse ore dopo, confuso. Intorno a me solo il sangue che aveva ricoperto il bianco candido della neve ed i corpi privi di vita dei miei assalitori. Io non riportavo ferite, il sangue sui miei vestiti e sulle mie mani non era il mio. Com’era possibile? Il dolore da me provato era troppo forte, troppo per essere solo un’immagine nella mia mente. Cercai di togliermi quel sangue dalle mie mani con la neve. Infreddolito frugai nelle mie tasche sperando di trovarci dentro un paio di guanti. Trovai solo un tubetto di daparox. Perché no? Un paio di pillole non mi avrebbero poi fatto male, magari avrebbero potuto allontanare quello che pensavo fossero allucinazioni. Ne ingurgitai un paio senza tanti complimenti, mi sedetti a terra in attesa che l’effetto facesse il suo corso. Inizia a sentire un gufo e dopo qualche istante centinaia di quei volatili ricoprì interamente lo spazio circostante, neanche fosse il teatro di un film di Hitchcock. Impietrito dalla visione di quello stormo, decisi di non far nulla che potesse scatenare una sua reazione. Il tempo però passava ed i gufi non sembravano volersene andare, stavano lì, fermi come statue, immobilizzati dal freddo. Io fissavo loro e loro fissavano me e nessuno sembrava voler abbassare lo sguardo. Cominciò a nevicare ed i gufi erano ancora lì. Con la neve che oramai aveva ghiacciato i miei capelli e la mia barba, decisi di accendermi una sigaretta con gesti cauti, il calore del tabacco avrebbe potuto magari darmi una sensazione di calore momentaneo. Quel chiodo di bara però si consumava troppo velocemente mentre il freddo invece continuava a farmi compagnia. I gufi cominciarono a fissare il fumo perdersi via nell’aria tra i fiocchi di neve. Esalato l’ultimo respiro di tabacco chiusi gli occhi per un istante, riaperti i gufi erano scomparsi ed insieme a loro erano svaniti anche i corpi senza vita delle persone e del leone che mi avevo attaccato. Anche il loro sangue non c’era più. Forse era stato tutto un brutto trip causato dalla mia imperizia nell’assunzione del farmaco. Prendevo troppi psicofarmaci che mi annebbiavano solo la mente. Decisi così di buttare immediatamente quel tubetto di daparox, ma cercando nelle tasche non lo trovai più. Non poteva essere.

Regina Bianca dietro lo scialle

>E così un giorno ho deciso di tornare. Sono passati mesi pieni di gioie e di dolori…

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hey, che poesia è questa?! Sono solo riuscita ad incastrare viaggi, esperienze ed incontri in un tempo che solitamente usavo per prepararmi un caffè… solo?! Sì solo! Niente per cui vergognarsi, era il caffè più buono che potesse esistere, c’era tutto il mio amore, la mia attenzione… la mia vita girava attorno a quella macchinetta che non appena fischiava mi riportava il senso del dovere… ma è davvero stato così? No, mai… io odiavo quella macchinetta, il caffè era buono ma prendeva troppo tempo, quindi ho iniziato a prendere un caffè fuori casa, ho iniziato ad adorare questo nuovo metodo, intanto, non solo non dovevo stare lì attenta al fischio annunciatore, ma potevo addirittura svagarmi, leggere una rivista, parlare con un amico!
Appena mi sono resa conto della facilità della vita, della frivolezza delle preoccupazioni … ho mollato tutto e sono partita per il mio viaggio: la mia meta era lontana, partita con il mio treno personale verso l’infinito, l’infinito delle scelte, delle possibilità, ero io, con me stessa accompagnata dalla mia personalità, e… tutte le amiche preoccupazioni? Lasciate a casa, sì, con la macchinetta del caffè, poverina. …datato 2005?

Questo doveva essere l’inizio di ‘qualcosa’ , uno scritto, un libro..? ritrovandolo mi entusiasmo eppure mi rattristo: a 17 anni ero più appassionata del domani e meno soggiogata dai doveri, c’era la libertà condizionata, questo sì, c’era la scuola obbligatoria, in cui ci si ritrovava fra simili e ci si capiva e tutti si aspettava , si era in un continuo stato di attesa del futuro, delle fine del presente ‘obbligatorio’, e si era forti perché tutti si sapeva e si sperava dell’inizio della libertà! Ma non ci si rendeva conto che libertà è responsabilità? In tempi come questi abbiamo bisogno del brano …I Ka Barra come sottofondo delle nostre azioni, sarebbe bello come in un film, poter camminare e sentire di continuo I Ka Barra, e soffermarsi sul ‘est-ce que tu vas passer ta vie comme ça?’ passerai tutta la tua vita così? Bella domanda, ci fa riflettere, e allora riflettiamo, e riflettiamoci nel passato, cosa è cambiato? È tutto troppo devastante, nostalgico, bisogna assorbire, e smaltire anni di esperienze e di vita frenetica nel viaggio mentale, fisico, .. ma come farlo? il tempo non ci aspetta, mentre viviamo il presente dobbiamo smaltire il passato, e le idee presenti si mescolano e subentra incertezza.. chi sono? Cosa ho fatto? Come riflettermi nel mio passato? Come costruire il mio presente? Cercasi chi come me ha bisogno di tempo e non di critiche, di ironia, di superficialità.. ; io cerco i simili dispersi , io cerco di fare un presidio per il tempo, per attirare la sua attenzione, io cerco chi ha bisogno di un mezzo al passo coi propri pensieri, forse ce l’ho, è la mia forza, non quella del gruppo, perché non ho un gruppo in cui mimetizzarmi, c’è chi brilla di luce propria. sì, e poi tornerò in viaggio, mi scombussolerò ancora ma con la consapevolezza che tutto smette di esistere dal momento in cui noi glielo ordiniamo. Ed ora ascoltatela, I Ka Barra di Habib Koitè, mentre i vostri miti sbriciolandosi scompariranno e apprezzate.

E così un giorno ho deciso di tornare. Sono passati mesi pieni di gioie e di dolori…

hey, che poesia è questa?! Sono solo riuscita ad incastrare viaggi, esperienze ed incontri in un tempo che solitamente usavo per prepararmi un caffè… solo?! Sì solo! Niente per cui vergognarsi, era il caffè più buono che potesse esistere, c’era tutto il mio amore, la mia attenzione… la mia vita girava attorno a quella macchinetta che non appena fischiava mi riportava il senso del dovere… ma è davvero stato così? No, mai… io odiavo quella macchinetta, il caffè era buono ma prendeva troppo tempo, quindi ho iniziato a prendere un caffè fuori casa, ho iniziato ad adorare questo nuovo metodo, intanto, non solo non dovevo stare lì attenta al fischio annunciatore, ma potevo addirittura svagarmi, leggere una rivista, parlare con un amico!
Appena mi sono resa conto della facilità della vita, della frivolezza delle preoccupazioni … ho mollato tutto e sono partita per il mio viaggio: la mia meta era lontana, partita con il mio treno personale verso l’infinito, l’infinito delle scelte, delle possibilità, ero io, con me stessa accompagnata dalla mia personalità, e… tutte le amiche preoccupazioni? Lasciate a casa, sì, con la macchinetta del caffè, poverina. …datato 2005?

Questo doveva essere l’inizio di ‘qualcosa’ , uno scritto, un libro..? ritrovandolo mi entusiasmo eppure mi rattristo: a 17 anni ero più appassionata del domani e meno soggiogata dai doveri, c’era la libertà condizionata, questo sì, c’era la scuola obbligatoria, in cui ci si ritrovava fra simili e ci si capiva e tutti si aspettava , si era in un continuo stato di attesa del futuro, delle fine del presente ‘obbligatorio’, e si era forti perché tutti si sapeva e si sperava dell’inizio della libertà! Ma non ci si rendeva conto che libertà è responsabilità? In tempi come questi abbiamo bisogno del brano …I Ka Barra come sottofondo delle nostre azioni, sarebbe bello come in un film, poter camminare e sentire di continuo I Ka Barra, e soffermarsi sul ‘est-ce que tu vas passer ta vie comme ça?’ passerai tutta la tua vita così? Bella domanda, ci fa riflettere, e allora riflettiamo, e riflettiamoci nel passato, cosa è cambiato? È tutto troppo devastante, nostalgico, bisogna assorbire, e smaltire anni di esperienze e di vita frenetica nel viaggio mentale, fisico, .. ma come farlo? il tempo non ci aspetta, mentre viviamo il presente dobbiamo smaltire il passato, e le idee presenti si mescolano e subentra incertezza.. chi sono? Cosa ho fatto? Come riflettermi nel mio passato? Come costruire il mio presente? Cercasi chi come me ha bisogno di tempo e non di critiche, di ironia, di superficialità.. ; io cerco i simili dispersi , io cerco di fare un presidio per il tempo, per attirare la sua attenzione, io cerco chi ha bisogno di un mezzo al passo coi propri pensieri, forse ce l’ho, è la mia forza, non quella del gruppo, perché non ho un gruppo in cui mimetizzarmi, c’è chi brilla di luce propria. sì, e poi tornerò in viaggio, mi scombussolerò ancora ma con la consapevolezza che tutto smette di esistere dal momento in cui noi glielo ordiniamo. Ed ora ascoltatela, I Ka Barra di Habib Koitè, mentre i vostri miti sbriciolandosi scompariranno e apprezzate.

>Da alcune pagine e strade

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hfz…Aiutatemi a violentare la città per non esserne violentati.
art…El dado fue lanzado. Muoversi nella città. Strada, poi piazza, un pezzo lungo il fiume. La curva ed il viale alberato. Poi collina. Fino alla fine del cammino, pezzo urbano percorso.
Muovere nella struttura con basamenti in cemento e ferro, più in alto i mattoni colorati, i frammenti di legno che ostruiscono le finestre, coppi rosso caldo, fumo dal comignolo. Poco distante il vertice di cinque piani armati di vetri, tende e terrazze coperte dal vento. Quartieri che rispondono all’esigenza abitativa (lavorativa). Stipare, riempire, colmare, occupare. Case più antiche, in altre parole decadenti, investite di nuovo movimento, nuovi volti e parlate. Squarci di politica.
Mentre il cielo continua a rimanere ostruito da una folta coltre grigia, abusiva.
Poi si tratta di odore.
rt9…Venezia è muffa e salmastro, Salonicco sa di piscio, Costantinopoli di terra bagnata e fatica e sogno. Si tratta di investimenti, attraversamenti della percezione nello spostamento cittadino. La visione c’è, non è appartata, ma posta a lato dalle sensazioni che vengono colte altrove, a qualche centimetro dall’occhio. E non c’è scelta, e la libertà è denudata.
Violentare la città. Che implicazioni ne escono? Dove rintracciare scritte e graffiti che capovolgono il senso, la direzione di una solita strada?
Che percorso, come agire?
“Io sarei per restare”, commento di WuMinG a Torino, in dicembre, parlando di Italia. Il salmastro di Venezia. L’unto delle pareti di Verona. Il ferro di Torino. Le acque tranquille.
arr…Un fetore stagnante ferì le narici. Puzzo di morte, escrementi, urina. Il mio arrivo era salutato come si conviene.
Rughe

Da alcune pagine e strade

hfz…Aiutatemi a violentare la città per non esserne violentati.
art…El dado fue lanzado. Muoversi nella città. Strada, poi piazza, un pezzo lungo il fiume. La curva ed il viale alberato. Poi collina. Fino alla fine del cammino, pezzo urbano percorso.
Muovere nella struttura con basamenti in cemento e ferro, più in alto i mattoni colorati, i frammenti di legno che ostruiscono le finestre, coppi rosso caldo, fumo dal comignolo. Poco distante il vertice di cinque piani armati di vetri, tende e terrazze coperte dal vento. Quartieri che rispondono all’esigenza abitativa (lavorativa). Stipare, riempire, colmare, occupare. Case più antiche, in altre parole decadenti, investite di nuovo movimento, nuovi volti e parlate. Squarci di politica.
Mentre il cielo continua a rimanere ostruito da una folta coltre grigia, abusiva.
Poi si tratta di odore.
rt9…Venezia è muffa e salmastro, Salonicco sa di piscio, Costantinopoli di terra bagnata e fatica e sogno. Si tratta di investimenti, attraversamenti della percezione nello spostamento cittadino. La visione c’è, non è appartata, ma posta a lato dalle sensazioni che vengono colte altrove, a qualche centimetro dall’occhio. E non c’è scelta, e la libertà è denudata.
Violentare la città. Che implicazioni ne escono? Dove rintracciare scritte e graffiti che capovolgono il senso, la direzione di una solita strada?
Che percorso, come agire?
“Io sarei per restare”, commento di WuMinG a Torino, in dicembre, parlando di Italia. Il salmastro di Venezia. L’unto delle pareti di Verona. Il ferro di Torino. Le acque tranquille.
arr…Un fetore stagnante ferì le narici. Puzzo di morte, escrementi, urina. Il mio arrivo era salutato come si conviene.
Rughe

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“Kim Zero ha lavorato tutta la vita come lanciatore di coltelli al circo dei tre piccoli criceti, aveva dimestichezza con coltelli, sciabole, spranghe, spade, tant’è che ormai non poteva nemmeno più uscire dal campo a comprare le sigarette o qualche vinaccio scadente senza portarsi dietro qualche fedele amica laminosa. Kim tornò a cercare su quella neve rosea mosso da una sincera curiosità, più si avvicinava e meno disinvolto camminava, in quella forma non riusciva a riconoscere Lily ma al suo posto c’era una piccola lapide con l’incisione “qui giace Lily M…qui l’espressione di Kim si fece incuriosita, lui non aveva mai saputo il cognome di Lily..O ora la curiosità lasciava il posto ad un presentimento..S si insinuava un dubbio..C cadevano le prime certezze..A adesso il presentimento pietrifica..R rideva decisamente meno..D destabilizzazione..A adesso ha capito..Lily M-O-S-C-A-R-D-A. Pietra. Freddo. Immobilità. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? L’epitaffio lo fece sobbalzare all’indietro, cadendo si ferì alla mano destra con il piccolo coltello che portava in tasca, si rialzò goffamente e iniziò a correre a perdifiato, non si voltò più indietro. Arrivato al campo si fasciò la mano con una garza, e si scolò una bottiglia di rosso cercando furiosamente nei cassetti, non trovò quello che cercava..ormai stordito dall’alcool e dai fumi densi dalla sua stanza uscì senza meta. Pensava a Lily, lui l’aveva uccisa, questo era vero ma non era possibile, Lily era morta anche da bambina, si era trasformata in inverno..camminava sempre più spaesato pensando a queste due Lily, vagabondando nel bosco si accorse che il corpo ormai senza vita di Lily pendeva da un albero circondato da fiorellini. Mai aveva pensato che lei non poteva morire, non aveva un corpo se non quello assegnatole, i suoi confini troppo voluttuosi erano inafferabili per chiunque tentasse di scalfirla o accarezzarla con le mani. Fu così che Kim Zero iniziò a prendere in considerazione la storia…”

Regina Bianca dietro lo scialle

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“Questa mattina ho spezzato le ginocchia a Lily con una spranga. Il problema è che neanche me ne sono accorto. Voglio dire, è da una vita che uso la spranga. Come è una vita che provo a star simpatico a Lily, ma non so mai come pormi. Sia chiaro, non è che ci stessi provando, è! Cioè, a me di Lily non è che mi importa molto, però mi fanno piacere quelle due parole ogni tanto.. tipo tra amichetti. Mi fanno cagare le sue pare per l’inverno, la neve cattiva, i fiorellini carini e tutte quelle minchiate, ma in fin dei conti non è che mi danno fastidio. Forse è un po’ per questo che per fare il simpatico spesso forzo su queste cose.. è che non la vedo troppo divertita. A ‘sto giro avevo scelto la spotaneità, che mi sembrava la cosa più onesta; di certo non avrei mai immaginato un risultato simile.
Che poi non capisco.. allora: oggi pomeriggio ho incontrato quel mona di suo fratello. Gli ho chiesto come stava Lily, giusto per sapere, e lui mi fa che era tutto a posto. Tutto a posto? In quel momento m’è tornata in mente l’immagine di lei, caduta come un sacco di patate sulla neve, io che le sprangavo le ginocchia e la neve che sciogliendosi prendeva il colorino rosa. Cioè, mi ricordo benissimo che mentre andavo via disinvolto, lei urlava e gemeva immobile.. e questo mi viene a dire tutto a posto? Lily ginocchia di ferro? Boh, a sto punto non so neanche se chiederle di persona come sta. Prima di tutto perché dovrei andare a casa sua, che di certo non è un’impresa a chilometro zero, e poi dovrei superare la fase di imbarazzo in cui le chiedo se l’ho offesa in qualche modo. Per cosa poi? Bah.. vai a capirle ste donne.”

Regina Bianca dietro lo scialle

>Circoscrizione: traccia 0

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TORINO. Camminando, ancora. Diventa strano , percorrendo corso Regina Margherita, nella pioggia, verso la effettiva conclusione. Se il percorso che una persona a caso compie in una città può ridursi ad un triangolo, è effettivamente una barriera ad interrompere questo corso. Nel momento in cui i piedi prendono i passi secondo spinte che oscillano dal desiderio al bisogno di spostarsi, fuoriuscita dal triangolo, il percorso sfoca. Conosco a memoria i metri d’asfalto fino agli edifici familiari. Conosco poi quelli che riavvolgono il ritorno. Poi, violenza. “Aiutatemi a violentare la città per non esserne violentati.” La sfumatura percorre i contorni di ogni camminata, che diviene perplessità. Le mura, gli incroci, il fiume, le case, l’asfalto non sono gli stessi. Disarmante. La coscienza arriva in ritardo, rimane uno scarto, uno smarrimento ed una agitazione. Prima della rassicurazione, prima della noia o del fastidio: sbagliato strada.
Corso Regina Margherita percorre Torino a partire dal Po, in posizione Sud-Est fino alla dissipazione del Nord-Ovest. Una moltiplicità di individui accenna a quel tratto di viabilità. In frazioni diverse, in momenti ed incroci che non coincidono. Il riferimento discorsivo tuttavia appoggia lungo Regina Margherita.
Ora, la strada si interrompe. Si rompe la linea ortogonale, attraverso il corpo di una barriera, dei lavori ed una galleria. Il transito delle auto continua sotto lo strato d’asfalto; sopra colui che cammina (in codice giuridico: pedone) devia, e perde il passo. La città in questo punto divide i suoi edifici, gli appartamenti illuminati oppure al buio.
Leggevo tracce di anonimato, mentre il cemento diventava fango, e poi la strada interrompe.
Accadrà qualcosa, il triangolo si è dilatato, e questo interrompere è il germe per un’ulteriore interruzione del quieto scorrere in quell’interrompere.
Corso Regina incrocia Principe Oddone. In quel punto.

Rughe