Circoscrizione: traccia 0


TORINO. Camminando, ancora. Diventa strano , percorrendo corso Regina Margherita, nella pioggia, verso la effettiva conclusione. Se il percorso che una persona a caso compie in una città può ridursi ad un triangolo, è effettivamente una barriera ad interrompere questo corso. Nel momento in cui i piedi prendono i passi secondo spinte che oscillano dal desiderio al bisogno di spostarsi, fuoriuscita dal triangolo, il percorso sfoca. Conosco a memoria i metri d’asfalto fino agli edifici familiari. Conosco poi quelli che riavvolgono il ritorno. Poi, violenza. “Aiutatemi a violentare la città per non esserne violentati.” La sfumatura percorre i contorni di ogni camminata, che diviene perplessità. Le mura, gli incroci, il fiume, le case, l’asfalto non sono gli stessi. Disarmante. La coscienza arriva in ritardo, rimane uno scarto, uno smarrimento ed una agitazione. Prima della rassicurazione, prima della noia o del fastidio: sbagliato strada.
Corso Regina Margherita percorre Torino a partire dal Po, in posizione Sud-Est fino alla dissipazione del Nord-Ovest. Una moltiplicità di individui accenna a quel tratto di viabilità. In frazioni diverse, in momenti ed incroci che non coincidono. Il riferimento discorsivo tuttavia appoggia lungo Regina Margherita.
Ora, la strada si interrompe. Si rompe la linea ortogonale, attraverso il corpo di una barriera, dei lavori ed una galleria. Il transito delle auto continua sotto lo strato d’asfalto; sopra colui che cammina (in codice giuridico: pedone) devia, e perde il passo. La città in questo punto divide i suoi edifici, gli appartamenti illuminati oppure al buio.
Leggevo tracce di anonimato, mentre il cemento diventava fango, e poi la strada interrompe.
Accadrà qualcosa, il triangolo si è dilatato, e questo interrompere è il germe per un’ulteriore interruzione del quieto scorrere in quell’interrompere.
Corso Regina incrocia Principe Oddone. In quel punto.

Rughe

>SAGOME LAST/13

>

Stavano davanti alla mia finestra. Tre sagome, nere. La luce alle spalle, negli appartamenti, tracciava i contorni del nero di cui erano fatti i loro corpi. Ombre. Due stavano sotto, le mani protese. Un individuo era invece sospeso un paio di metri sopra. Un’altra stanza. Un’altra luce. D’improvviso la finestra di sopra perse l’illuminazione. Non so come udivo il suono dell’orologio. Poi la luce viene accesa, la stanza dell’individuo è visibile. Il suono dell’orologio continua, e dietro l’incavo della finestra, sono ora due le figure nere che si ergono in piedi. Dritte ed immobili, sento una voce: “il lampione brucia di notte”. Non ho il coraggio di abbassare lo sguardo sulla finestra di sotto.
***
Continuano a risuonare quelle parole nella mia testa. “Il lampione brucia di notte”. Sento il dolore del rumore di quelle sillabe. Abbasso alla fine lo sguardo. La luce dell’appartamento si è spenta. Non vedo più le due sagome. Buio. Niente. In un secondo. Qualcuno chiama alle spalle. La mano pesante preme nella lana della giacca che porto addosso. Il cuore palpita nello stesso istante in cui mi volto ed incontro il volto di un uomo a pochi centimetri dalla mia faccia. I baffi e gli occhi stretti. Il naso premuto in un attimo contro il mio. Poi in una vibrazione violenta. Il suo urlo. “Hanno deciso di canellare il mio nome!” Una sola esclamazione. Un gemito veloce. E poi silenzio, di nuovo, con il vento, e quella figura retta sulla finestra superiore. La luce gialla alle spalle. E rabbia in corpo. L’ultimo sospiro prima di un pianto ininterrotto.

SAGOME LAST/13

Stavano davanti alla mia finestra. Tre sagome, nere. La luce alle spalle, negli appartamenti, tracciava i contorni del nero di cui erano fatti i loro corpi. Ombre. Due stavano sotto, le mani protese. Un individuo era invece sospeso un paio di metri sopra. Un’altra stanza. Un’altra luce. D’improvviso la finestra di sopra perse l’illuminazione. Non so come udivo il suono dell’orologio. Poi la luce viene accesa, la stanza dell’individuo è visibile. Il suono dell’orologio continua, e dietro l’incavo della finestra, sono ora due le figure nere che si ergono in piedi. Dritte ed immobili, sento una voce: “il lampione brucia di notte”. Non ho il coraggio di abbassare lo sguardo sulla finestra di sotto.
***
Continuano a risuonare quelle parole nella mia testa. “Il lampione brucia di notte”. Sento il dolore del rumore di quelle sillabe. Abbasso alla fine lo sguardo. La luce dell’appartamento si è spenta. Non vedo più le due sagome. Buio. Niente. In un secondo. Qualcuno chiama alle spalle. La mano pesante preme nella lana della giacca che porto addosso. Il cuore palpita nello stesso istante in cui mi volto ed incontro il volto di un uomo a pochi centimetri dalla mia faccia. I baffi e gli occhi stretti. Il naso premuto in un attimo contro il mio. Poi in una vibrazione violenta. Il suo urlo. “Hanno deciso di canellare il mio nome!” Una sola esclamazione. Un gemito veloce. E poi silenzio, di nuovo, con il vento, e quella figura retta sulla finestra superiore. La luce gialla alle spalle. E rabbia in corpo. L’ultimo sospiro prima di un pianto ininterrotto.

VISIONI

In Sicilia c’è un uomo. In Sicilia c’è un uomo che ha preso coscienza di com’è il mondo e di quanto noi razza umana ci stiamo impegnando per distruggerlo. Quest’uomo, anziché lottare inutilmente o fregarsene di tutto ciò come la maggior parte delle persone fanno, ha deciso di dipendere solo dal sole. Quest’uomo si è comprato un terreno in Sicilia, con la sua sorgente dell’acqua, i suoi campi da coltivare ed energia fornita dal sole. Quest’uomo fa il fattore per vivere, vive con la sua famiglia in mezzo alla natura e riesce a vivere senza stenti, grazie ai frutti della sua terra. Questa persona ha deciso di impegnarsi a non inquinare più di quanto non dovrebbe fare una singola persona in un anno. Ha deciso di essere così rigido nel suo intento, da seguire una tabella di marcia, annotandosi giorno dopo giorno i km che percorre con la sua auto e calcolandosi la quantità di CO2 emessa, in modo da non superare la quantità massima annua consigliata.
Quest’uomo ha un sogno, ed è quello di visitare il Sud America, ma è da quarant’anni che aspetta di realizzarlo perché aspetta l’occasione giusta per farlo, aspetta che ci sia una nave in grado di portarlo nel momento giusto, aspetta una nave, non un areo, quello inquina troppo. Lui aspetta, perché secondo lui da sempre viaggiare è stato qualcosa di difficile e faticoso e soltanto negli ultimi tempi, grazie alle grandi macchine inquinanti è diventato facile. Facile sì, ma a discapito della salute della Terra, e quindi della nostra.
Quest’uomo è stato coraggioso a rinunciare a tutte le comodità inquinanti della tecnologia e, soprattutto è un esempio estremo visto che oramai penso quasi nessuno rinuncerebbe al piacere dei nostri confort. Basta però poco ad inquinare di meno, bastano piccoli accorgimenti che sono comunque piccoli passi verso un mondo migliore e più pulito, più vivibile.
Matte

>VISIONI

>

In Sicilia c’è un uomo. In Sicilia c’è un uomo che ha preso coscienza di com’è il mondo e di quanto noi razza umana ci stiamo impegnando per distruggerlo. Quest’uomo, anziché lottare inutilmente o fregarsene di tutto ciò come la maggior parte delle persone fanno, ha deciso di dipendere solo dal sole. Quest’uomo si è comprato un terreno in Sicilia, con la sua sorgente dell’acqua, i suoi campi da coltivare ed energia fornita dal sole. Quest’uomo fa il fattore per vivere, vive con la sua famiglia in mezzo alla natura e riesce a vivere senza stenti, grazie ai frutti della sua terra. Questa persona ha deciso di impegnarsi a non inquinare più di quanto non dovrebbe fare una singola persona in un anno. Ha deciso di essere così rigido nel suo intento, da seguire una tabella di marcia, annotandosi giorno dopo giorno i km che percorre con la sua auto e calcolandosi la quantità di CO2 emessa, in modo da non superare la quantità massima annua consigliata.
Quest’uomo ha un sogno, ed è quello di visitare il Sud America, ma è da quarant’anni che aspetta di realizzarlo perché aspetta l’occasione giusta per farlo, aspetta che ci sia una nave in grado di portarlo nel momento giusto, aspetta una nave, non un areo, quello inquina troppo. Lui aspetta, perché secondo lui da sempre viaggiare è stato qualcosa di difficile e faticoso e soltanto negli ultimi tempi, grazie alle grandi macchine inquinanti è diventato facile. Facile sì, ma a discapito della salute della Terra, e quindi della nostra.
Quest’uomo è stato coraggioso a rinunciare a tutte le comodità inquinanti della tecnologia e, soprattutto è un esempio estremo visto che oramai penso quasi nessuno rinuncerebbe al piacere dei nostri confort. Basta però poco ad inquinare di meno, bastano piccoli accorgimenti che sono comunque piccoli passi verso un mondo migliore e più pulito, più vivibile.
Matte

SAGOME [1/3]

Stavano davanti alla mia finestra. Tre sagome, nere. La luce alle spalle, negli appartamenti, tracciava i contorni del nero di cui erano fatti i loro corpi. Ombre. Due stavano sotto, le mani protese. Un individuo era invece sospeso un paio di metri sopra. Un’altra stanza. Un’altra luce. D’improvviso la finestra di sopra perse l’illuminazione. Non so come udivo il suono dell’orologio. Poi la luce viene accesa, la stanza dell’individuo è visibile. Il suono dell’orologio continua, e dietro l’incavo della finestra, sono ora due le figure nere che si ergono in piedi. Dritte ed immobili, sento una voce: “il lampione brucia di notte”. Non ho il coraggio di abbassare lo sguardo sulla finestra di sotto. (continua)

>SAGOME [1/3]

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Stavano davanti alla mia finestra. Tre sagome, nere. La luce alle spalle, negli appartamenti, tracciava i contorni del nero di cui erano fatti i loro corpi. Ombre. Due stavano sotto, le mani protese. Un individuo era invece sospeso un paio di metri sopra. Un’altra stanza. Un’altra luce. D’improvviso la finestra di sopra perse l’illuminazione. Non so come udivo il suono dell’orologio. Poi la luce viene accesa, la stanza dell’individuo è visibile. Il suono dell’orologio continua, e dietro l’incavo della finestra, sono ora due le figure nere che si ergono in piedi. Dritte ed immobili, sento una voce: “il lampione brucia di notte”. Non ho il coraggio di abbassare lo sguardo sulla finestra di sotto. (continua)

>Una storia.

>

“Mi piacerebbe scrivere una storia,

perchè le storie sono simili alla vita.

Non danno spiegazioni

e non enunciano esplicitamente prese di posizione.

Ma hanno significati grandissimi,

che restano nascosti tra le pieghe degli avvenimenti

e i personaggi che si incontrano e che le popolano.”

Non guardo molta televisione. Ho iniziato col toglierla dalla camera senza comunque mai averla inserita nel mio tempo libero. Ora l’ho tolta dalla casa, e ne faccio volentieri a meno. Sono disturbato dalla sua irriverenza e non riesco a trattenermi dal sottolineare la sua stupidità quando la sento ronzare in sottofondo, così poco discreta. Un lunedì mi trovo in una casa con la televisione accesa. Sento delle parole insolitamente familiari provenire da essa, parole che ho già sentito, parole che conosco a memoria, parole che stanno dalla bellezza di sette anni ormai appese sul muro di camera mia, in un rettangolino che si sono ritagliate col passare del tempo tra le tonnellate di ricordi più o meno buffi, più o meno belli, più o meno importanti.

Avevo una professoressa al liceo che era una persona di valore, severa nelle cose giuste, che non tollerava l’infantilismo da teenager che caratterizza i quasi diciotteni del nostro secolo, che non faceva compiti facili e le sue domande erano complicate, perchè non era sufficiente imparare a memoria ed imitare ma bisognava ragionare, come nella vita. Una persona temuta per certi versi, ma entusiasta nello spiegare le cose che amava, appassionata degli outsiders e dei forerunners che popolano la storia e la letteratura, una persona con una visione critica e acuta della vita, che non giudicava le situazioni umane problematiche e apprezzava di gran lunga di più gli sforzi e l’interesse che il comportamento perfetto e diligente dei grandi studiosi con uno spiccato senso del dovere. Una persona che non avresti mai detto potesse commuoversi davanti ad una classe a cui, in un rapporto di odio e amore, con un netto ma mascherato predominio del secondo, aveva sempre dimostrato a modo suo di essere quello che in effetti era: una donna forte e determinata a battere la testa fino a sfondare il muro delle difficoltà della vita, per assaporare il sapore della consapevolezza di viverla a pieno e di emozionarsi in essa.

Questa persona, durante la sua ultima lezione dell’ultimo anno, ovvero prima che ognuno di noi lei compresa andasse per la sua strada, conclude un po prima la spiegazione e consegna a tutti una copia di uno stesso foglio. Sopra c’è una poesia e lei, dopo che tutti ne possiedono una, con la solita austerità si alza in piedi e senza bisogno che chieda il silenzio è pronta per cominciare a leggere. Capita però che la durezza della voce delle prime parole lette si modifichi a poco a poco in un timbro più leggero, più basso e confidenziale, e che si faccia sempre più tremolante fino a trasformarsi in un pianto privo di tristezza ma pieno di malinconia negli ultimi versi. Ricordo ancora il silenzio che ci fu dopo il punto finale. Un silenzio sincero, il primo che avesse mai ottenuto da parte di tutti lì dentro. Su quel foglio c’era una poesia, quella poesia che ora sta appesa nel rettangolino di camera mia dalla bellezza di sette anni, che mi ha fatto capire che la poesia è la grandezza della parola e non vuota forma, e me ne ha fatte leggere mille altre, dicendomi che per poter esprimere cose immense ci vogliono per forza poche parole, e che il loro accostamento apre immaginari, ricordi e sensazioni uniche in chi le ascolta.

Sono queste le parole che ho sentito lunedì alla televisione, accostate però alle immagini di un noto superalcolico.

Ed è per questo che ora sono qui a scriverne altre. Perchè voglio rendere loro giustizia. Per la loro bellezza, che è stata stuprata, per le generazioni a venire, che crederanno che queste siano di una nota pubblicità, per la storia che si portano dietro e che ho raccontato. Per il pianto sincero di quella persona. E per me, per il mio rettangolino impolverato e consumato da sette anni di sguardi e occhiate quotidiane, in miliardi di momenti di bisogno, di piacere, di tristezza e di felicità.

Teo.Théo

Una storia.

“Mi piacerebbe scrivere una storia,

perchè le storie sono simili alla vita.

Non danno spiegazioni

e non enunciano esplicitamente prese di posizione.

Ma hanno significati grandissimi,

che restano nascosti tra le pieghe degli avvenimenti

e i personaggi che si incontrano e che le popolano.”

Non guardo molta televisione. Ho iniziato col toglierla dalla camera senza comunque mai averla inserita nel mio tempo libero. Ora l’ho tolta dalla casa, e ne faccio volentieri a meno. Sono disturbato dalla sua irriverenza e non riesco a trattenermi dal sottolineare la sua stupidità quando la sento ronzare in sottofondo, così poco discreta. Un lunedì mi trovo in una casa con la televisione accesa. Sento delle parole insolitamente familiari provenire da essa, parole che ho già sentito, parole che conosco a memoria, parole che stanno dalla bellezza di sette anni ormai appese sul muro di camera mia, in un rettangolino che si sono ritagliate col passare del tempo tra le tonnellate di ricordi più o meno buffi, più o meno belli, più o meno importanti.

Avevo una professoressa al liceo che era una persona di valore, severa nelle cose giuste, che non tollerava l’infantilismo da teenager che caratterizza i quasi diciotteni del nostro secolo, che non faceva compiti facili e le sue domande erano complicate, perchè non era sufficiente imparare a memoria ed imitare ma bisognava ragionare, come nella vita. Una persona temuta per certi versi, ma entusiasta nello spiegare le cose che amava, appassionata degli outsiders e dei forerunners che popolano la storia e la letteratura, una persona con una visione critica e acuta della vita, che non giudicava le situazioni umane problematiche e apprezzava di gran lunga di più gli sforzi e l’interesse che il comportamento perfetto e diligente dei grandi studiosi con uno spiccato senso del dovere. Una persona che non avresti mai detto potesse commuoversi davanti ad una classe a cui, in un rapporto di odio e amore, con un netto ma mascherato predominio del secondo, aveva sempre dimostrato a modo suo di essere quello che in effetti era: una donna forte e determinata a battere la testa fino a sfondare il muro delle difficoltà della vita, per assaporare il sapore della consapevolezza di viverla a pieno e di emozionarsi in essa.

Questa persona, durante la sua ultima lezione dell’ultimo anno, ovvero prima che ognuno di noi lei compresa andasse per la sua strada, conclude un po prima la spiegazione e consegna a tutti una copia di uno stesso foglio. Sopra c’è una poesia e lei, dopo che tutti ne possiedono una, con la solita austerità si alza in piedi e senza bisogno che chieda il silenzio è pronta per cominciare a leggere. Capita però che la durezza della voce delle prime parole lette si modifichi a poco a poco in un timbro più leggero, più basso e confidenziale, e che si faccia sempre più tremolante fino a trasformarsi in un pianto privo di tristezza ma pieno di malinconia negli ultimi versi. Ricordo ancora il silenzio che ci fu dopo il punto finale. Un silenzio sincero, il primo che avesse mai ottenuto da parte di tutti lì dentro. Su quel foglio c’era una poesia, quella poesia che ora sta appesa nel rettangolino di camera mia dalla bellezza di sette anni, che mi ha fatto capire che la poesia è la grandezza della parola e non vuota forma, e me ne ha fatte leggere mille altre, dicendomi che per poter esprimere cose immense ci vogliono per forza poche parole, e che il loro accostamento apre immaginari, ricordi e sensazioni uniche in chi le ascolta.

Sono queste le parole che ho sentito lunedì alla televisione, accostate però alle immagini di un noto superalcolico.

Ed è per questo che ora sono qui a scriverne altre. Perchè voglio rendere loro giustizia. Per la loro bellezza, che è stata stuprata, per le generazioni a venire, che crederanno che queste siano di una nota pubblicità, per la storia che si portano dietro e che ho raccontato. Per il pianto sincero di quella persona. E per me, per il mio rettangolino impolverato e consumato da sette anni di sguardi e occhiate quotidiane, in miliardi di momenti di bisogno, di piacere, di tristezza e di felicità.

Teo.Théo