Tabula rasa

Sms, messenger, chat, skype, son tutti strumenti di scrittura istantanea che, per quanto piacevole sia avere subito una risposta immediata, toglie quel godimento che c’è nel pensare a come scrivere una mail. La mail, pur rimanendo una tecnologia avanzata, mantiene ancora quel fascino retrò della lettera. Con la posta elettronica hai tutto il tempo a disposizione per scegliere come strutturare il pensiero che vuoi comunicare. Hai il tempo per ponderare le parole che esprimono con sufficiente forza il tuo pensiero. Una volta finito di scrivere e premuto il tasto invio inizia poi la tensione. Tensione dovuta al timore che l’email sia effettivamente arrivata, timore nella risposta del tuo interlocutore. Un timore comunque piacevole perché è comunque un sentimento, una sensazione che ti fa sentire vivo, che di desta da quel dormiveglia che ti “impone” la società.
Con i mezzi di messaggistica istantanea tutto ciò è precluso. La mancanza di tempo potrebbe portarti a sbagliare, il tuo pensiero potrebbe esser mal elaborato e frainteso dal ricevente e ciò potrebbe rivelarsi fatale. Infatti le relazioni son molto fragili, basta una piccola incomprensione ed il sasso diventa valanga, se prende velocità è meglio battere in ritirata piuttosto che restar fermo e cercar di galleggiare su ciò che ti viene addosso. La fuga è più semplice che affrontare le conseguenze. La società moderna non ha più voglia di impiegare del tempo per rimediare agli errori commessi, cerca di far finta che non sia successo nulla o cerca di cancellare direttamente il pensiero dell’accaduto. Cancellare il pensiero delle difficoltà è la via di fuga più breve e facile perché non devi stare ad impegnarti a pensare a cosa fare o cosa dire per recuperare il rapporto. Posare lo sguardo su nuovi orizzonti ti da la possibilità di reinventarti, ripartire da zero ti da la possibilità di costruire delle nuove fondamenta, nella speranza che siano belle solide che riescano a reggere il peso di un’eventuale futura incomprensione perché tanto prima o poi sai che questa dovrà arrivare e quando ciò accadrà, anche se ciò che hai costruito sembra solido, scapperai per paura dell’urto. E di nuovo tabula rasa alla ricerca di nuove persone con cui relazionarsi e poi fuggire alle prime difficoltà.

Matte

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“L’ultima neve si stava sciogliendo anche dai rilievi più alti e titubante una timida primavera cercava di farsi strada tra i relitti di un inverno che non dava l’idea di lasciar il campo ad una nuova vita.
Quando era piccola, Lily, gioiva della primavera e cercava, a suo modo, di darle una mano a tornare il prima possibile a colorare il mondo e non come l’inverno che, privo di fantasia ed invidioso, ricopriva tutto con una fitta ed anonima neve bianca. Se non si scioglieva diventava presto melma nera; Lily credeva che fosse come le sabbie mobili che inghiottivano tutto ciò che di bello e colorato potesse esserci. Per questo non usciva quasi mai a giocare d’inverno, aveva paura di essere inghiottita come era successo con i suoi amici fiori e ad altre piccole creature del prato. Così in primavera, quando prendeva un po’ più di coraggio, perché compiva gli anni il 10 marzo, ed era più grande di un anno, usciva per aiutare i germogli a difendersi dalle ultime file dell’inverno. Ed ogni anno registrava con grande soddisfazione ed euforia la vittoria sull’inverno. Forse oggi avrebbe un pò più di lavoro da fare, ma forse anche oggi avrebbe potuto vinceresenon fosse diventata inverno…”

Regina Bianca dietro lo scialle

>Circolazione: 1 (della collina)

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A partire dal lato meridionale (collinare) del Po, dal ponte che esce da piazza Vittorio Veneto. Il salire, in affannoso ricercare dove i giardini privati non colgono tutta la terra. Uno slargo, un pezzo tra gli alberi dove fermare il passo. Lungo viale Thovez la scritta sul muro: “laboratorio Abruzzo”, e quindi ogni riferimento a ciò che da L’Aquila è uscito, dai campi. A salire la strada comunale Val Salice, e la nebbia che cancella alle spalle Torino. Malinconia a rimbalzi tra il marciapiede ed i muretti che separano ogni possibilità di fuga dalla strada principale, spopolata ora dalle automobili. C’è ancora neve, ed aumenta salendo.
In cima, o in fondo, alla collina, non si apre ancora uno spazio senza confini edificati. Fino al parco della Rimembranza (una ampia porzione verde che ha ricevuto nome dall’esigenza di ricordo dei morti della Prima Guerra).
“Aiutatemi a violentare la città” continuando a camminare nella neve, e nella nebbia. Nessun suono oltre il respiro ed il rumore dell’affogare del passo nella neve. “Per non esserne violentati” e sentire i passi pesanti di una persona che cammina al di sopra del mio stare immobile, mescolato al suo respiro. Divenire neve, nel parco. C’è una piccola porzione di staccionata, nera, nel mezzo della stradina. All’indietro, proiettati alcuni alberi sfocati. Alcune tracce, ma soprattutto assenza di comprensione di ciò che sta accadendo. Sbilanciando ogni movimento in avanti, nel calore del passo, e nel timore di ogni nuovo metro posto alle spalle.
Nel punto più alto del colle, in mezzo ad un cortile di cemento: il “faro”, dove si legge: “gli operai di ogni opera (…) dal loro capo Giovanni Agnelli” e l’omaggio monumentale sottoscritto dalla Fiat. Il ricordo, del sacrificio, il capo, come sostegno della memoria operaia, il capo. Intorno al faro, la nebbia, non un rumore, nessun ricordo, da ricordare.

Rughe

Circolazione: 1 (della collina)

A partire dal lato meridionale (collinare) del Po, dal ponte che esce da piazza Vittorio Veneto. Il salire, in affannoso ricercare dove i giardini privati non colgono tutta la terra. Uno slargo, un pezzo tra gli alberi dove fermare il passo. Lungo viale Thovez la scritta sul muro: “laboratorio Abruzzo”, e quindi ogni riferimento a ciò che da L’Aquila è uscito, dai campi. A salire la strada comunale Val Salice, e la nebbia che cancella alle spalle Torino. Malinconia a rimbalzi tra il marciapiede ed i muretti che separano ogni possibilità di fuga dalla strada principale, spopolata ora dalle automobili. C’è ancora neve, ed aumenta salendo.
In cima, o in fondo, alla collina, non si apre ancora uno spazio senza confini edificati. Fino al parco della Rimembranza (una ampia porzione verde che ha ricevuto nome dall’esigenza di ricordo dei morti della Prima Guerra).
“Aiutatemi a violentare la città” continuando a camminare nella neve, e nella nebbia. Nessun suono oltre il respiro ed il rumore dell’affogare del passo nella neve. “Per non esserne violentati” e sentire i passi pesanti di una persona che cammina al di sopra del mio stare immobile, mescolato al suo respiro. Divenire neve, nel parco. C’è una piccola porzione di staccionata, nera, nel mezzo della stradina. All’indietro, proiettati alcuni alberi sfocati. Alcune tracce, ma soprattutto assenza di comprensione di ciò che sta accadendo. Sbilanciando ogni movimento in avanti, nel calore del passo, e nel timore di ogni nuovo metro posto alle spalle.
Nel punto più alto del colle, in mezzo ad un cortile di cemento: il “faro”, dove si legge: “gli operai di ogni opera (…) dal loro capo Giovanni Agnelli” e l’omaggio monumentale sottoscritto dalla Fiat. Il ricordo, del sacrificio, il capo, come sostegno della memoria operaia, il capo. Intorno al faro, la nebbia, non un rumore, nessun ricordo, da ricordare.

Rughe

>Ovattamento

>

Avete mai provato a camminare di notte durante una nevicata? Se non
l’avete mai fatto e ne avete la possibilità provateci. Avete già fatto quest’esperienza? ‘E una bella sensazione vero?
Quello di cui ti accorgi subito è il silenzio. Si è circondati da un’atmosfera ovattata, in questo regno di silenzio magico l’unica cosa che ascolti è il suono dei tuoi passi che affondano nella neve fresca. Di tanti in tanto ti capita anche di udire il suono delle catene
sull’asfalto degli spargisale.
Anche i colori dell’ambiente che ti circonda cambiano In alcune zone la luce si riflette sulla neve rendendo ciò che hai attorno più luminoso, in altre invece la luce gialla dei lampioni si fa più fioco, ed i colori più intensi.
In questa particolare condizione meteorologica anche il naso ha la sua parte. Si risveglia dal suo torpore di assuefazione dai gas di scarico e ritorna “vivo”. Inizia a formicolarti a causa del freddo e riesci a percepire l’inconfondibile odore della neve.
Se sei poi in compagnia di qualcuno non senti nemmeno il bisogno di riempire i vuoti con inutili parole. Cerchi solo di viverti il momento, di goderti per una volta il silenzio ovattato.
Se sei solo invece, la paura può prendere il sopravvento. La paura si fa largo perché inizi a pensare, il più delle volte, quando sei solo inizi a riflettere su te stesso. Niente è più brutto che affrontare il proprio io, perché hai paura che se facessi il punto della situazione potresti essere deluso da te stesso. Nella vita però arriva il momento di guardarsi allo specchio ed osservare chi siamo veramente. Solo conoscendo a fondo noi stessi saremo in grado di relazionarci veramente con gli altri.

Matte

Ovattamento

Avete mai provato a camminare di notte durante una nevicata? Se non
l’avete mai fatto e ne avete la possibilità provateci. Avete già fatto quest’esperienza? ‘E una bella sensazione vero?
Quello di cui ti accorgi subito è il silenzio. Si è circondati da un’atmosfera ovattata, in questo regno di silenzio magico l’unica cosa che ascolti è il suono dei tuoi passi che affondano nella neve fresca. Di tanti in tanto ti capita anche di udire il suono delle catene
sull’asfalto degli spargisale.
Anche i colori dell’ambiente che ti circonda cambiano In alcune zone la luce si riflette sulla neve rendendo ciò che hai attorno più luminoso, in altre invece la luce gialla dei lampioni si fa più fioco, ed i colori più intensi.
In questa particolare condizione meteorologica anche il naso ha la sua parte. Si risveglia dal suo torpore di assuefazione dai gas di scarico e ritorna “vivo”. Inizia a formicolarti a causa del freddo e riesci a percepire l’inconfondibile odore della neve.
Se sei poi in compagnia di qualcuno non senti nemmeno il bisogno di riempire i vuoti con inutili parole. Cerchi solo di viverti il momento, di goderti per una volta il silenzio ovattato.
Se sei solo invece, la paura può prendere il sopravvento. La paura si fa largo perché inizi a pensare, il più delle volte, quando sei solo inizi a riflettere su te stesso. Niente è più brutto che affrontare il proprio io, perché hai paura che se facessi il punto della situazione potresti essere deluso da te stesso. Nella vita però arriva il momento di guardarsi allo specchio ed osservare chi siamo veramente. Solo conoscendo a fondo noi stessi saremo in grado di relazionarci veramente con gli altri.

Matte

>IL PERCHE’

>

Considerazioni personali sulle motivazioni dello sciopero-manifestazione del primo marzo

“24 ore senza di noi” è lo slogan dello sciopero dei lavoratori immigrati indetto il primo marzo 2010, iniziativa nata in Francia e presto allargata a tutta Europa. Migranti, insieme a seconde generazioni e a italiani, sono scesi nelle piazze delle città d’Italia a manifestare “accumunati dal rifiuto del razzismo, dell’intolleranza e della chiusura che caratterizza il presente italiano” (www.primomarzo2010.it) per chiedere diritti e visibilità, dignità e integrazione.
Richieste legittime e comuni ai migranti in tutti gli stati, che però si articolano in modo diverso a seconda della specificità del luogo e dei suoi particolari problemi.
Qui da noi, non stupisce se nel rivendicare tutto questo forse il pensiero corre a Rosarno. Cittadina di 15.000 abitanti, 200 affiliati alla ‘ndrangheta, il 9 gennaio di quest’anno si è trovata senza un solo abitante immigrato. Tutto ha inizio quando da un’auto vengono sparati dei colpi di fucile su un gruppo di braccianti africani che tornavano al loro accampamento dopo il lavoro. Due di loro rimangono feriti. La reazione è violenta, e nella guerriglia urbana si riversano la rabbia e la frustrazione per l’ennesimo atto di disprezzo di cui sono vittime (già l’anno prima era avvenuto un fatto simile, una sparatoria in stile rappresaglia), la disperazione per le misere condizioni di vita che la società impone a chi lavora schiavizzato nei campi del sud Italia a raccogliere frutta e verdura; la stessa che ci viene poi venduta nel supermercato sotto casa. Il sistema della raccolta degli ortaggi sfrutta la parte più debole della popolazione, appunto i migranti, sia regolari che irregolari, per un lavoro pagato pochi euro all’ora, in nero; per questo senza potersi permettere una casa, sono costretti nei ghetti degli accampamenti di periferia fatti di baracche e tende, dove l’unica assistenza di base è fornita dai volontari di Medici Senza Frontiere.
Ma il peggio della violenza deve ancora venire: a quella nata dall’esasperazione dei diritti negati segue quella xenofoba dei cittadini (italiani) di Rosarno. Per difendere la loro città, i loro spazi e il proprio quieto vivere, scendono in strada aprendo una caccia al nero, al diverso, armati di spranghe e fucili. Barricate, scontri e botte (da parte ora degli abitanti di Rosarno) hanno avuto come risultato l’allontanamento degli africani, sui pullman messi a disposizione dalle forze dell’ordine.
Forse il pensiero corre anche alla legge che rende reato l’immigrazione clandestina, entrato nella nostra legislazione con il Pacchetto sicurezza (luglio 2009), lo stesso che istituzionalizza le ronde. Un’efrazione amministrativa diventa un crimine, ti rende un reietto in una società che già fatica ad accoglierti.
O forse il pensiero corre proprio alle lungaggini burocratiche che rendono difficilissimo avere il permesso di soggiorno (ovviamente a pagamento, dagli 80 ai 200 euro).
Magari il pensiero corre ai Cie, i centri di identificazione ed espulsione, dove si viene trattenuti contro la propria volontà, per non essere in regola con i documenti, in attesa di essere rimpatriati, anche fino a sei mesi.
Il pensiero corre anche ai respingimenti dei barconi di quest’estate, senza prestare aiuto ai passeggeri né tanto meno verificare la presenza di persone in diritto di ricevere asilo. Quel che è peggio i respingimenti sono stati verso (e in collaborazione con) la Libia, paese nel quale lo status di migrante ti getta nella completa assenza di ogni forma di tutela. Qui lo Stato di diritto è sospeso per i clandestini che internati in apposite prigioni (di solito di fortuna) sono vittime di violenza sistematica, nell’omertà-assenso del governo libico. E in quella dello Stato italiano.

ste

IL PERCHE’

Considerazioni personali sulle motivazioni dello sciopero-manifestazione del primo marzo

“24 ore senza di noi” è lo slogan dello sciopero dei lavoratori immigrati indetto il primo marzo 2010, iniziativa nata in Francia e presto allargata a tutta Europa. Migranti, insieme a seconde generazioni e a italiani, sono scesi nelle piazze delle città d’Italia a manifestare “accumunati dal rifiuto del razzismo, dell’intolleranza e della chiusura che caratterizza il presente italiano” (www.primomarzo2010.it) per chiedere diritti e visibilità, dignità e integrazione.
Richieste legittime e comuni ai migranti in tutti gli stati, che però si articolano in modo diverso a seconda della specificità del luogo e dei suoi particolari problemi.
Qui da noi, non stupisce se nel rivendicare tutto questo forse il pensiero corre a Rosarno. Cittadina di 15.000 abitanti, 200 affiliati alla ‘ndrangheta, il 9 gennaio di quest’anno si è trovata senza un solo abitante immigrato. Tutto ha inizio quando da un’auto vengono sparati dei colpi di fucile su un gruppo di braccianti africani che tornavano al loro accampamento dopo il lavoro. Due di loro rimangono feriti. La reazione è violenta, e nella guerriglia urbana si riversano la rabbia e la frustrazione per l’ennesimo atto di disprezzo di cui sono vittime (già l’anno prima era avvenuto un fatto simile, una sparatoria in stile rappresaglia), la disperazione per le misere condizioni di vita che la società impone a chi lavora schiavizzato nei campi del sud Italia a raccogliere frutta e verdura; la stessa che ci viene poi venduta nel supermercato sotto casa. Il sistema della raccolta degli ortaggi sfrutta la parte più debole della popolazione, appunto i migranti, sia regolari che irregolari, per un lavoro pagato pochi euro all’ora, in nero; per questo senza potersi permettere una casa, sono costretti nei ghetti degli accampamenti di periferia fatti di baracche e tende, dove l’unica assistenza di base è fornita dai volontari di Medici Senza Frontiere.
Ma il peggio della violenza deve ancora venire: a quella nata dall’esasperazione dei diritti negati segue quella xenofoba dei cittadini (italiani) di Rosarno. Per difendere la loro città, i loro spazi e il proprio quieto vivere, scendono in strada aprendo una caccia al nero, al diverso, armati di spranghe e fucili. Barricate, scontri e botte (da parte ora degli abitanti di Rosarno) hanno avuto come risultato l’allontanamento degli africani, sui pullman messi a disposizione dalle forze dell’ordine.
Forse il pensiero corre anche alla legge che rende reato l’immigrazione clandestina, entrato nella nostra legislazione con il Pacchetto sicurezza (luglio 2009), lo stesso che istituzionalizza le ronde. Un’efrazione amministrativa diventa un crimine, ti rende un reietto in una società che già fatica ad accoglierti.
O forse il pensiero corre proprio alle lungaggini burocratiche che rendono difficilissimo avere il permesso di soggiorno (ovviamente a pagamento, dagli 80 ai 200 euro).
Magari il pensiero corre ai Cie, i centri di identificazione ed espulsione, dove si viene trattenuti contro la propria volontà, per non essere in regola con i documenti, in attesa di essere rimpatriati, anche fino a sei mesi.
Il pensiero corre anche ai respingimenti dei barconi di quest’estate, senza prestare aiuto ai passeggeri né tanto meno verificare la presenza di persone in diritto di ricevere asilo. Quel che è peggio i respingimenti sono stati verso (e in collaborazione con) la Libia, paese nel quale lo status di migrante ti getta nella completa assenza di ogni forma di tutela. Qui lo Stato di diritto è sospeso per i clandestini che internati in apposite prigioni (di solito di fortuna) sono vittime di violenza sistematica, nell’omertà-assenso del governo libico. E in quella dello Stato italiano.

ste

Sullo scrivere

Il concetto di scrivere è scrivere non è pensare. Molta gente si mette a pensare e poi alla fine lascia una pagina bianca. Quando si tratta di scrivere pensare può essere deleterio. Ci si mette a riflettere su cosa si vuol dire e sul giudizio altrui oltre che al proprio, si sa che i peggiori critici siamo noi stessi. Quando viene l’ispirazione invece bisognerebbe solo mettere nero su bianco ciò che ci viene da dentro, ciò che sentiamo, scrivere semplicemente di getto senza preoccuparsi del risultato. Il momento della rilettura è quello del pensiero, se le parole che abbiamo usato esprimono con sufficienza forza e chiarezza il concetto che vorremmo esprimere agli altri.
Tutti attraversiamo un blocco “creativo” e lasciamo che i nostri fogli e la nostra tastiera rimangano fermi a prender polvere. Quando ciò accade dovremmo prendere coraggio ed impugnare il nostro strumento di scrittura ed iniziare a trascrivere anche parole di altri. Il semplice ritmo della scrittura a volte ci porta da pagina uno a pagina due, lasciandoci trasportare dal ritmo pian piano le nostre parole prendono vita e vanno prendere il posto di quelle che ci hanno aiutato farle uscire fuori.
Certo scrivere è una cosa difficile e molto personale, ma penso che chiunque che non abbia il cervello lobotomizzato dalla televisione, internet o quant’altro, nel momento in cui si prende coraggio di affrontare il foglio o lo schermo bianco, riesca ad esprimere qualcosa. Magari non vincerà il premio Pulitzer, ma già esser riuscito a sbloccarsi ed aver scritto qualcosa di importante almeno per te stesso, per molti, è già una piccola vittoria.

Matte